
Quanti ragazzi oggi apprezzano il vino?
Secondo il pensiero più ricorrente il consumo del vino tra i giovani sta calando. Una verità parziale che non tiene conto di fattori importanti: prima di tutto, quando diciamo “giovani” a che fascia d’età ci riferiamo? E sì, perché in base alla fascia d’età il consumo del vino è diverso.
Se prendiamo la fascia degli adolescenti, ovvero gli alunni delle scuole medie e superiori che non lavorano e che probabilmente non si ritrovano nemmeno in famiglia a parlare dell’argomento, in questi anni abbiamo notato che in effetti il vino non è tra le bevande più gettonate. Frequentando i luoghi in cui i ragazzi si ritrovano al di fuori della scuola (feste, chioschi, locali, discoteche) si osserva che essi preferiscono bevande più “low cost”: coca cola, aranciata, gassosa per gli under 15, cocktail, spritz, birra e superalcolici tra gli over 16. A chiedere e ad apprezzare un bicchiere di vino sono in pochi. Ancora meno sono quelli che del vino ne hanno una cultura, ovvero conoscono le etichette, sanno distinguere le tipologie, le annate, la storia, capiscono con che cibo abbinarlo.
È spostandoci un po’ oltre con l’età, ovvero andando nella fascia universitaria, che il vino inizia a prendere piede. Ma ciò che fa riflettere è un altro aspetto, che non riguarda il semplice gusto: intervistando alcuni studenti universitari emerge che tra le nuove generazioni non è diminuita l’abitudine a bere, ma è diminuita l’abitudine a bere in maniera consapevole. C’è insomma la tendenza a bere qualsiasi cosa, purché non costi troppo e porti ad essere più allegri. Insomma, se due birre costano poco e portano comunque un po’ di euforia, perché preferire il più costoso vino?
Insomma, a quanto pare il prezzo influisce molto nella scelta di una bevanda per chi non ha uno stipendio, e gli stessi che non bevono vino non hanno quindi interesse a scoprire le cantine e le vigne.
Questo significa dunque la morte del vino? Nient’affatto. Perché appunto, come dicevamo in apertura, dobbiamo capire a che fascia d’età ci riferiamo quando parliamo di “giovani”. E i giovani sono anche i trentenni, ovvero tutti quelli che magari hanno uno stipendio e iniziano ad avere la maturità per capire che un conto è bere bene, un conto è bere la qualunque (ricordando forse le serate in cui sono troppe volte tornati a casa in cattive condizioni, stando male e vomitando tutta la notte).
Ecco che, avendo qualche soldo in più in tasca, il trentenne scopre il piacere del bicchiere di vino, da sorseggiare al tramonto durante un aperitivo, dopo cena o anche durante i pasti. E man mano che lo si beve viene anche voglia di conoscerlo, di apprezzare le differenze tra le aziende, le caratteristiche territoriali o le peculiarità di produzione.
Recentemente è stato effettuato uno studio dall’Osservatorio Uiv-Vinitaly basato sui dati Iwsr che sfata infatti numerosi stereotipi sul rapporto tra vino e giovani. In particolare, secondo il rapporto, non è affatto vero che le nuove generazioni sono distanti dal vino, disinteressate e immuni alla sua forza evocativa. Quelli giovani sotto i 44 anni spendono per il vino di più e, di fatto, contribuiscono a sostenere un mercato premium minacciato dalla retromarcia delle generazioni più anziane (Boomer, tra i 61 e i 79 anni) e della Generazione X (45-60 anni).
L’analisi si concentra sul mercato italiano e statunitense (che insieme rappresentano il 60% del fatturato totale delle vendite di vino italiano) e sulle fasce più giovani della popolazione, che in un contesto di calo generalizzato dei consumi – con il quarto anno consecutivo di contrazione in Italia e il terzo negli Stati Uniti – devono riuscire a intercettare e comprendere le preferenze del settore.
In questo quadro, il binomio “vino e gastronomia” resta importante, anche se sembra perdere centralità tra i giovani appassionati di vino statunitensi e italiani. Se per la maggior parte degli over 44 il vino esalta il cibo, tra i Millennials e la Generazione Z questa convinzione si attesta sotto la metà. Al contrario, nel contesto italiano, la percentuale di giovani che considerano il vino come un “simbolo di moda” è esattamente doppia rispetto ai Boomers (56% contro 28%), e anche i Millennials superano di 16 punti percentuali la Generazione X (45% contro 29%). Questo trend ha portato Iwsr a definire una nuova categoria, gli “Status Seekers”, che sebbene rappresentino solo l’11% dei consumatori abituali di vino, contribuiscono al 24% del volume e al 35% del valore del mercato tra i consumatori regolari.
Un’iniziativa che vogliamo qui ricordare è il “Manifesto” della Generazione Next, che ha l’obiettivo di promuovere la Sicilia, attraverso una comunicazione delle produzioni vinicole della regione, basata su un linguaggio innovativo, più fresco e dinamico, coinvolgendo maggiormente la Generazione Z. Il gruppo nato all’interno di Assovini Sicilia e composto da giovani produttori under 40, già operativi nelle aziende di famiglia, mira inoltre a rafforzare la formazione interna tra i diversi viticoltori e a valorizzare il territorio. Attualmente sono 26 i membri, che hanno eletto Gabriella Favara (Donnafugata) come presidente e Enrica Spadafora (Dei Principi di Spadafora) come vicepresidente.
“Generazione Next rappresenta il futuro, l’unità e la continuità. È emozionante vedere come questa squadra stia prendendo forma passo dopo passo, alimentata dall’entusiasmo di contribuire insieme al successo del nostro settore e della nostra terra - ha affermato la presidente Gabriella Favara - Tra le diverse aree e iniziative che il gruppo intende sviluppare ci sono aspetti quali gestione, accoglienza, produzione, degustazione, enoturismo, comunicazione, promozione, coaching e team building. Vogliamo accendere nei giovani la passione per il vino, narrando storie autentiche e creando momenti di condivisione. L’obiettivo è ispirarli a vedere nel vino non solamente un prodotto, ma un viaggio ricco di cultura, emozioni e bellezza, legato alla nostra terra. Grande attenzione sarà dedicata anche alla formazione, elemento fondamentale per condividere esperienze, arricchirle con il supporto di esperti esterni e diffonderle non solo tra i collaboratori delle aziende”.











