
Il 28 gennaio del 1985 Michael Jackson, Lionel Richie e circa altre quaranta celebrità del mondo della musica si riunivano per incidere il famoso brano "We are the World". La "squadra" di artisti che collaborò con all'associazione Africa Foundation venne chiamata con l'acronimo USA - United Support Artists, e vantava al suo interno membri del calibro di: Bob Dylan, Cyndi Lauper, Tina Turner, Stevie Wonder e Bruce Springsteen. I fondi raccolti dal singolo We Are the World, oltre 100 milioni di dollari, furono interamente devoluti alla popolazione dell'Etiopia, afflitta in quel periodo da una disastrosa carestia. Il successo planetario della canzone portò all'attenzione di tutti la grave situazione Africana, e contribuì sensibilmente a ridurre l'emergenza alimentare nel paese. Il brano, oltre ad essere diventato una delle pietre miliari della musica mondiale, è stato vincitore di ben 4 Ammy Awards ed è universalmente riconosciuto come una delle "poesie di fratellanza" più importanti del globo. In un periodo come questo, dove nonostante tutto il sapere e la conoscenza a cui potremmo avere accesso, stiamo comunque colpevolmente dimenticando e accatonando i più basilari diritti umani, ricordare questa canzone serve più che mai. Serve per riportare alla mente le tragedie del passato, per evitare di compiere sempre gli stessi errori, per urlare al mondo che non è giusto lasciare indietro nessuno. Serve, o meglio servirebbe, se si fosse davvero disposti ad ascoltare, invece che continuare ad assecondare meccanismi insensati di paura e disprezzo, che possono solo portare a conseguenze deleterie per tutti.Ma si sà, questo è un periodo strano. Le informazioni per imparare dal passato, per crescere e progredire come esseri umani, ci sarebbero, ma preferiamo non vederle. Manca la voglia di migliorare, perchè è molto più facile "semplificare" qualsiasi questione con un "o loro o te" e rifugiarsi nella paura, e fare affidamento a chi questa paura la cavalca come un parassita. Ecco, questa canzone serve a ricordarci che non siamo tutti così, che non tutti siamo marci dentro, e che possiamo davvero essere migliori se lo vogliamo.