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«Non Solo Mizzica. La lingua di un popolo»: l’iniziativa della Regione per l’apprendimento del siciliano

2025-04-10 06:00

Valerio Saitta

Apertura, attualità,

«Non Solo Mizzica. La lingua di un popolo»: l’iniziativa della Regione per l’apprendimento del siciliano nelle scuole, ma quanti giovani lo vogliono parlare?

L'iniziativa dal costo di 405 mila euro che la Regione Siciliana ha creato con lo scopo di sviluppare progetti educativi "dialettali"

Si chiama “Non solo mizzica. La lingua del popolo” ed è l’iniziativa dal costo di 405 mila euro che la Regione Siciliana ha creato con lo scopo di sviluppare progetti educativi che favoriscano l'apprendimento del siciliano attraverso la storia, la letteratura e la cultura locale.

 

“L'interesse nei confronti del siciliano è in aumento, e questo non può che farci sentire orgogliosi - dichiara Mimmo Turano, Assessore all’istruzione e alla formazione professionale della Regione Siciliana - La nostra lingua, testimone di una storia millenaria e custode di un patrimonio culturale inimitabile, merita di essere conosciuta e valorizzata, soprattutto tra i più giovani. Questa iniziativa si colloca nel contesto della legge regionale del 2011, concepita per proteggere e diffondere il nostro patrimonio linguistico. La scuola è il luogo in cui le radici si incontrano con il futuro. Investire nella conoscenza della lingua siciliana significa fornire ai nostri giovani gli strumenti per riscoprire e trasmettere un’identità forte e vivace”.

Dunque secondo l’assessore il dialetto va valorizzato e tra i giovani c’è un interesse crescente. Ma le cose stanno davvero così?
Per rispondere ci affidiamo alle ricerche di Giovanna Alfonzetti, illustre professoressa di sociolinguistica dell’Università di Catania, che nel corso della sua carriera ha studiato il fenomeno della diffusione del dialetto siciliano. Negli scorsi anni la docente ha somministrato un questionario a un campione di 1.300 ragazzi di età compresa tra i 14 e i 25 anni provenienti da vari centri della Sicilia orientale e centrale di diversa estrazione sociale.
Dallo studio emerge che l’uso del dialetto diminuisce man mano che passano le generazioni. Vi è in pratica nelle famiglie siciliane una sorta di “rottura sociolinguistica”, con i ragazzi che non usano il dialetto e l’italiano alla stessa maniera dei loro genitori e dei loro nonni. 

Questo perché il dialetto di fatto, sopravvive solo se è parlato. E sono sempre di meno i genitori che parlano con i figli in dialetto. I motivi sembrano essere dovuti al timore da parte degli adulti che il dialetto possa interferire sull’apprendimento dell’italiano, ostacolandolo e peggiorando il rendimento scolastico. Alcuni intervistati hanno anche dichiarato che secondo loro il siciliano non serve in futuro per la scuola ed è meglio piuttosto imparare bene una seconda lingua straniera. Altri pensano invece che il dialetto non debba essere parlato perché è brutto, volgare, diffuso solo tra persone ignoranti. Inoltre è spesso associato ad una cattiva educazione. 
Se non si parla a casa e nemmeno a scuola, dove i ragazzi apprendono il dialetto?
Dalle indagini emerge che quelli che in famiglia hanno cominciato a parlare dialetto, apprendono l’italiano a scuola. Coloro che invece in famiglia hanno acquisito l’italiano come lingua madre, acquisiscono il dialetto più tardi, come seconda lingua, confrontandosi con la realtà locale.

Nonostante queste paure da parte degli adulti, non sembra comunque al momento che il dialetto stia morendo. O meglio, non del tutto. Questo perché nelle nuove generazioni rimane viva la tendenza a parlare italiano e dialetto a seconda del contesto. Ad esempio in momenti di relax, quando si è in compagnia di amici, colleghi o del proprio partner (in contesti insomma informali) i giovani dichiarano di parlare in entrambi i modi. E lo fanno cambiando la lingua anche all’interno dello stesso discorso, con la consapevolezza di farlo, pur utilizzando l’una o l’altra in base all’argomento di cui si parla. Se si fa un discorso serio, si devono esprimere ragionamenti complessi e si deve spiegare qualcosa, i giovani preferiscono usare l’italiano. Viceversa, se si sta facendo un discorso scherzoso e si parla con l’intenzione di fare ridere l’interlocutore allora reputano più efficace inserire qualche frase o battuta in dialetto.
I giovani dichiarano di parlare solo italiano con persone che ricoprono cariche autorevoli (insegnanti, politici, sacerdoti, educatori, medici, forze dell’ordine) e anche in contesti più formali (scuola e università, colloqui di lavoro, luogo di lavoro).
C’è però una differenza molto significativa relativa al retroterra sociale riguardo la lingua del pensiero: tutti i giovani di ceto alto pensano in italiano, mentre tutti quelli di ceto basso pensano sia in italiano sia in dialetto. 

Ma come valutano i ragazzi il dialetto siciliano? Amano parlarlo o no?
Se si chiede dei ceti più bassi se siano dispiaciuti o meno ad un’eventuale futura scomparsa dell’idioma locale, la maggior parte di loro si dichiara indifferente.
Una ricerca molto interessante condotta da Giovanni Ruffino ha posto questa domanda anche ai giovani di altri ceti sociali e sono emerse queste risposte:
“La lingua italiana la usano le persone più importanti … invece il dialetto lo usano le persone che non hanno valore”;
“Il dialetto è la lingua dei mafiosi e della mala gente”;
“Secondo me la lingua dialettale deve sparire dal mondo perché è una parlata brutta”;
“La lingua dialetto è diversa perché è una piccola lingua diffusa nelle regioni per scherzare. Invece la lingua italiana è un linguaggio per parlare tra gli uomini”;
“Il dialetto è una lingua parlata dai vandali ed è una lingua scorretta”;
“A scuola le femmine parlano in Italiano, e i maschi in dialetto”.
Accanto a questi giudizi molto negativi, se ne trovano fortunatamente anche altri che invece sottolineano gli aspetti positivi del dialetto, come ad esempio quello di essere il codice usato nel rapporto con i nonni, e non soltanto:
“Io quando parlo il dialetto ricordo tanti bei giorni passati con i miei nonni”;
“Io mi sono abituata da mia nonna a parlare il dialetto e adesso mi piace di più”.

A questo punto viene da chiedersi se questi fondi stanziati dalla Regione per questo progetto siano giustificabili o se il timore della perdita del dialetto sia infondata. Al momento in realtà non si è in grado di fare previsioni. Forse perché il mondo giovanile è troppo variegato, forse perché la nostra regione è troppo eterogenea e le realtà locali sono troppo diverse tra loro, forse perché non c’è nemmeno l’interesse delle nuove generazioni a capirne di più. Oggi i ragazzi sono interessati ad altro. 
Quello che sicuramente si può affermare è che il rapporto dei giovani con il dialetto, come tutti i rapporti profondi, è caratterizzato da aspetti contradittori e ambivalenti: l’attaccamento alle tradizioni locali si mescola al desiderio o al bisogno di sentirsi parte di una comunità dagli orizzonti più ampi, in senso sia geografico sia culturale.

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