
Altro che media per “boomer”: la radio è tutt’altro che un reperto del passato. Anzi, tra i più giovani sta vivendo una stagione di sorprendente vitalità.
A certificarlo, in occasione del World Radio Day 2026, ovvero la Giornata Mondiale della Radio che si è svolta venerdì 13 Febbraio, è stata la seconda edizione dell’Osservatorio “Giovani e Media” realizzato da Skuola.net su un campione di 1.500 ragazze e ragazzi tra i 9 e i 24 anni. I numeri smentiscono con decisione la narrazione del declino: un giovane su quattro ascolta la radio con grande frequenza. Non esattamente il ritratto di un mezzo in via d’estinzione.
Il punto, semmai, è un altro: la radio è cambiata. O meglio, ha saputo cambiare pelle. Non è più soltanto questione di frequenze e antenne, ma di app, streaming, accessibilità continua. Le onde hertziane convivono con i bit, e il risultato è un mezzo che entra nelle tasche dei ragazzi, accompagnandoli dalla sveglia mattutina al rientro serale.
I dati parlano chiaro: rispetto al 2022 la quota di ascoltatori abituali è più che raddoppiata, passando dal 12% al 25%. E non si tratta di un ascolto distratto o sporadico: tra i più fedeli, il 58% si sintonizza ogni giorno.
In un’epoca in cui tutto è “on demand”, la forza della diretta sembra tornare ad affascinare. La radio riconquista così un posto fisso nella routine quotidiana.
Le radio nazionali generaliste, capaci di aggregare grandi community e offrire palinsesti trasversali, restano le più scelte (49%), ma aumenta anche l’attenzione verso le emittenti tematiche, focalizzate su un singolo genere musicale. Segno che la segmentazione non esclude la condivisione, ma la rafforza.
Nel frattempo, lo streaming audio appare stabilizzato intorno al 60% di utilizzo quotidiano. I podcast crescono lentamente — la quota di chi non li ascolta mai scende dal 43% al 39% — ma senza l’esplosione che molti avevano previsto.
Dove e quando avviene l'ascolto?
Sebbene l’ascolto tradizionale in auto o sui mezzi pubblici resta prevalente, ma cresce in modo significativo la fruizione via smartphone e tablet, raddoppiata negli ultimi anni. È il segno di un mezzo che non si è arroccato sulla propria storia, ma ha scelto di adattarsi ai ritmi liquidi della Generazione Z e Alpha.
Le fasce orarie raccontano un’altra trasformazione interessante. Il mattino resta il regno incontrastato dell’ascolto (36%), ma è la fascia pre-serale a registrare l’incremento più significativo, salendo al 22. La radio diventa colonna sonora del rientro a casa, del tempo sospeso prima della cena, sottraendo minuti preziosi agli schermi.
Ora la domanda resta cruciale: perché la si ascolta? perché non tramonta? perché si mantiene ancora così giovane e attuale nonostante sia uno dei media più vecchi?
La forza della radio secondo molti sta nel fatto che non chiede esclusività e quindi se ne può usufruire più facilmente: il 66% dei giovani la ascolta mentre fa altro. Studia, si allena, si rilassa. Anche nei locali molto spesso è messa in sottofondo.
Solo l’11% si dedica a un ascolto pienamente concentrato. Ed è proprio questa leggerezza, questa capacità di accompagnare senza invadere, a renderla ancora competitiva rispetto ai social.
E come mai coesiste nonostante esistono playlist infinite e personalizzate su Spotify in cui ognuno può scegliere la musica che vuole?
La risposta sembra risiedere nel fattore umano. La musica resta centrale, ma cala l’interesse per le emittenti che trasmettono solo brani (dal 65% al 54%). Cresce invece l’apprezzamento per l’infotainment, quel mix di musica, parole, notizie e intrattenimento che passa dal 15% al 20. I giovani cercano connessione, opinioni, voci riconoscibili. Cercano relazione insomma. Quella possibilmente che non trovano in famiglia.
Nonostante i progressi di internet e dell'AI, la radio insomma non è stata “pensionata”.
Forse perché, in un ecosistema dominato da algoritmi e contenuti personalizzati, resta uno degli ultimi spazi davvero collettivi. Un luogo dove l’esperienza non è costruita solo su misura, ma condivisa in tempo reale. Ed è proprio questa dimensione comunitaria, più che la tecnologia, a spiegare perché la radio continui a parlare — e a farsi ascoltare — anche dalle nuove generazioni.











