
Come sono le relazioni dei ragazzi di oggi?
E' San Valentino e moltissimi non festeggeranno. Il motivo è un mancato interesse verso questa festa o di un rapporto complicato col partner?
San Valentino è una festa che sta ormai perdendo interesse tra le nuove generazioni. Come tutte le feste di oggi, la parte commerciale ha avuto il sopravvento su quella simbolica, ma mentre in feste quali Natale e Pasqua ancora regge l'usanza di fare regali o di trascorrere la giornata in maniera diversa, San Valentino sta vivendo una vera e propria “crisi d’identità”.
Le nuove generazioni non sono dell’idea infatti di fare regali in questo giorno, molti dichiarano di non festeggiarlo nemmeno, di non fare nulla di diverso con la propria compagna o il proprio compagno rispetto ad altri giorni.
Insomma, sono lontani i tempi dei cioccolatini, dei fiori e delle cenette a lume di candele.
Quali sono i motivi?
Probabilmente c’è nei giovani la consapevolezza maggiore che queste feste comandate imposte dalla società non siano davvero così importanti da festeggiare. Ma poi c’è anche sicuramente come oggi concepiscono l’amore i ragazzi, in maniera molto diversa rispetto ai più grandi.
Da un’indagine condotta dal Consiglio Nazionale dei Giovani (Cng) con il supporto tecnico dell’Istituto Piepoli, su un campione di giovani tra i 18 e i 34 anni, è emerso infatti che quasi la metà dei giovani di oggi ha avuto in amore almeno una brutta esperienza.
Dai risultati emerge infatti che un ragazzo su due ha dichiarato di aver vissuto almeno una relazione oppressiva e la percentuale sale al 56% nella fascia 18-24 anni.
Inoltre non solo una parte significativa degli under 34 ha sperimentato relazioni tossiche in passato, ma il 15% degli intervistati afferma di trovarsi anche attualmente in un rapporto con un partner geloso e in parte oppressivo.
L’obiettivo della rilevazione, spiega la presidente del Cng Maria Cristina Pisani, è stato quello di indagare il modo in cui i giovani vivono le relazioni sentimentali, analizzando aspettative, pressioni e paure che possono favorire squilibri di potere e forme iniziali di abuso psicologico.
Un disagio che si riflette anche nella percezione diffusa delle relazioni sentimentali contemporanee: sei giovani su dieci le associano a sentimenti di ansia. Il dato è più elevato tra i 18 e i 24 anni (63%) e tra le donne, che raggiungono il 69%, rispetto al 48% registrato tra gli uomini. Secondo Pisani, si tratta di un segnale che evidenzia la necessità di rafforzare il supporto alla crescita affettiva e relazionale, prestando attenzione alle diverse forme che può assumere la violenza, non solo fisica ma anche psicologica e verbale.
Nonostante questa consapevolezza a livello generale, solo il 15% degli intervistati riconosce la presenza di ansia all’interno della propria relazione. Una discrepanza che, secondo il Cng, potrebbe indicare una tendenza a minimizzare il disagio personale oppure una maggiore capacità di analisi critica delle relazioni altrui. I dati sulle reazioni alle relazioni oppressive confermano questa ipotesi: oltre il 60% dichiara di aver affrontato il problema parlandone con il partner, il 22% si è rivolto a un amico, mentre il 20% ha scelto di ignorarlo. L’accettazione passiva risulta più diffusa tra gli uomini (25%) rispetto alle donne (14%).
Proprio il divario di genere emerge come uno degli elementi centrali dell’indagine. Le donne, infatti, dichiarano una maggiore capacità di riconoscere i segnali di una relazione problematica e una più alta propensione a chiedere aiuto: lo fa il 36% di loro, contro il 10% degli uomini che hanno vissuto situazioni simili.
La diffusione di relazioni segnate da controllo e ansia assume un peso particolare nel contesto dell’attualità, anche alla luce dei numerosi casi di femminicidio registrati negli ultimi mesi. Secondo il Consiglio Nazionale dei Giovani, il contrasto alla violenza di genere non può limitarsi alla gestione dell’emergenza, ma deve intervenire in modo strutturale sulle radici culturali e sui modelli relazionali che si formano già in adolescenza. L’indagine nasce con l’intento di comprendere questi meccanismi e rafforzare le azioni di prevenzione. «La violenza – conclude Pisani – non è un destino inevitabile, ma il risultato di disuguaglianze e stereotipi radicati. Il cambiamento passa dalla scuola, dalla famiglia e dalle relazioni che costruiamo quotidianamente».











