
La vicenda di Crans-Montana tocca ancora le corde del nostro cuore. Ma cosa abbiamo imparato da essa?
Lunedì sono rientrate in Italia 5 delle 6 salme dei nostri giovani connazionali che hanno perso la vita nella notte di capodanno e quelli di ieri e mercoledì sono stati i giorni della commozione, con la celebrazione dei funerali e l'ultimo saluto dato a Sofia Prosperi, Chiara Costanzo, Achille Barosi, Giovanni Tamburi, Riccardo Minghetti ed Emanuele Galeppini.
Man mano che passano i giorni vengono raccontate le storie delle vittime e ad ogni foto dei volti che vediamo, ad ogni racconto, ci rattristiamo…
Ma insieme alle lacrime non sono mancate in questi giorni nemmeno le critiche.
Al di là delle responsabilità, più che evidenti, dei gestori e delle autorità di controllo, molti adulti hanno puntato il dito contro gli stessi ragazzi, colpevoli secondo loro di aver continuato a divertirsi come se nulla fosse.
Noi ci distacchiamo da ciò e reputiamo che denigrare il comportamento di quei giovani, mentre ci sono tante famiglie che piangono e tanti altri feriti ancora in ospedale, sia sbagliato o quantomeno poco delicato. Ci sarà tempo per individuare i colpevoli e chi ha delle responsabilità dovrà pagare, ma a questo ci penseranno gli enti competenti.
Nel rispetto delle opinioni di tutti, reputiamo giusto invece fare un discorso costruttivo, che possa quanto meno far aprire gli occhi sulla realtà, sperando che con la conoscenza e la consapevolezza episodi del genere non si ripetano più. E lo faremo senza cercare colpe o di formulare giudizi morali, rispettando il dolore altrui.
E lo faremo partendo proprio dalla questione che alcuni adulti hanno sollevato recentemente sui ragazzi che quella sera si trovano lì. Tra le immagini emerse nelle ore successive all’incidente, una in particolare ha colpito: alcuni giovani che continuano a ballare o a filmare con il cellulare mentre l’incendio, inizialmente scambiato per un semplice inconveniente, si stava trasformando in una minaccia reale.
Ciò che si è detto sono state frasi del tipo: “Perché non sono fuggiti subito?” “Perché non hanno percepito l’urgenza della situazione?” “Non era mica uno scherzo, perché hanno continuato a filmare?”.
In realtà un recente studio di valore scientifico e non legale di Giovanni Bellomia, ingegnere e funzionario dei Vigili del Fuoco a Ragusa, autore di vari manuali di prevenzione antincendio, e dell’architetto Martina Bellomia ha evidenziato che i ragazzi presenti al locale avrebbero avuto solo 140 secondi per salvarsi.
Troppo pochi secondo noi per chiunque.
Anche se si ci fosse resi conto subito del pericolo, probabilmente, vista la quantità di persone presenti, la tragedia ci sarebbe stata lo stesso.
Ma la di là delle tempistiche, più o meno veritiere, pensiamo che attaccare i ragazzi non serva e non sia giusto, ma è invece fondamentale capire i comportamenti per trasformare una tragedia in una lezione collettiva.
A darci una spiegazione possibile è la psicologia sociale. Uno degli elementi chiave è il cosiddetto “effetto gruppo”: quando molte persone si trovano insieme, soprattutto in un contesto affollato, l’individuo tende a osservare le reazioni degli altri prima di agire. Se nessuno scappa, se nessuno urla, se l’ambiente non sembra allarmato, il pericolo viene automaticamente percepito come meno grave. È il fenomeno noto come diffusione della responsabilità: all’interno di un gruppo, il senso di urgenza personale si attenua e ciascuno tende ad aspettare che sia qualcun altro a intervenire. In questo contesto, vedere persone che continuano a ballare o a riprendere la scena diventa un potente segnale rassicurante, anche se fuorviante. Il messaggio implicito è che la situazione sia ancora sotto controllo.
A questo si aggiunge un altro fattore rilevante: la difficoltà, sempre più diffusa tra i giovani, di riconoscere il pericolo reale. Molti ragazzi crescono in ambienti fortemente protetti, dove il rischio è spesso mediato, controllato o raccontato, più che vissuto direttamente. La capacità di individuare una minaccia concreta non è automatica, ma si sviluppa con l’esperienza.
In assenza di un’educazione specifica alla lettura dei segnali di allarme, elementi come fumo, odori, rumori anomali o cambiamenti improvvisi dell’ambiente possono essere sottovalutati. È anche per questo che, in alcune situazioni, le persone restano ferme nonostante il pericolo sia evidente a chi osserva dall’esterno.
Un ruolo importante lo gioca anche il rapporto sempre più stretto tra realtà e mondo digitale. Siamo costantemente esposti, attraverso gli schermi, a immagini di incendi, disastri, guerre e violenze. Una sovraesposizione che può generare assuefazione e ridurre l’impatto emotivo degli eventi reali.
Quando qualcosa di drammatico accade dal vivo, il cervello può inizialmente interpretarlo come qualcosa da osservare, più che come una minaccia da cui fuggire. Il telefono diventa così una sorta di filtro emotivo: filmare trasforma l’evento in racconto, lo rende simile ai contenuti che scorrono ogni giorno sui social. Il confine tra realtà e rappresentazione, in quei momenti, si assottiglia pericolosamente.
C’è poi la risposta allo shock. In situazioni improvvise e traumatiche, il cervello può attivare meccanismi di difesa come la dissociazione. La persona è presente, osserva ciò che accade, ma la capacità di reagire è rallentata. Il tempo sembra dilatarsi, le sensazioni si attenuano, l’urgenza del pericolo diventa confusa. In questo stato, riprendere con il cellulare può diventare un gesto automatico, non una scelta consapevole.
Infine, entra in gioco il bisogno di controllo. Di fronte a una situazione caotica e imprevedibile, compiere un’azione — anche inefficace — può dare l’illusione di avere un minimo potere su ciò che sta accadendo. Documentare serve a contenere l’ansia, ma rischia di sostituire l’azione più importante: mettersi in salvo.
Tutte cose che ci portano a pensare che in una situazione di emergenza, anche se i locali sono a norma, se non c’è una sensibilità al pericolo, le tragedie possono ugualmente verificarsi.
Insomma, l’episodio di Crans-Montana ci insegna che le regole, da sole, non bastano. Serve un lavoro più profondo sulla percezione, sulle emozioni e sulla capacità di leggere il contesto. E ciò dovrebbe secondo noi partire dalle scuole. Servono corsi specifici, momenti di trasmissione delle conoscenze. È giusto che un giovane vada in discoteca spensierato e libero di divertirsi. Ma accanto a questo ci deve essere la consapevolezza di cosa fare in caso di pericolo.
Un giovane deve guardare il locale e individuare l’uscita d’emergenza e le vie di fuga, deve pensare a come agire per mettersi in salvo. Solo una percezione allenata, consapevole e lucida può trasformarsi in reazione, responsabilità e, nei momenti decisivi, salvezza.











