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Quorum non raggiunto: il referendum è stata un’occasione persa per il futuro delle nuove generazioni

2025-06-10 06:00

Valerio Saitta

Apertura, attualità,

Quorum non raggiunto: il referendum è stata un’occasione persa per il futuro delle nuove generazioni

Non si è raggiunti il quorum per far passare il Referendum: alle 15 di ieri si sono chiuse le urne che hanno registrato un’affluenza nazionale poco so

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Non si è raggiunti il quorum per far passare il Referendum: alle 15 di ieri si sono chiuse le urne che hanno registrato un’affluenza nazionale poco sopra il 30%. Troppo poco. Soldi buttati e destra che esulta. 


Oggi è certamente il giorno delle riflessioni: viene da chiedersi se questo risultato sia stato frutto del poco interesse verso le questioni referendarie, un generale disinteresse per la politica o un preciso intento da parte degli italiani di boicottare i seggi per non arrivare al quorum.

Eppure andare a votare è importante e nessun politico dovrebbe invitare le persone a non andarci (o influenzarle dicendo che non ritirerà la scheda). Primo perché non solo è un diritto di ciascuno di noi ma anche un dovere civico. Secondo perché è l’unico mezzo che il comune cittadino ha per esprimere il proprio giudizio e dare il proprio parere su leggi che sono sempre decise da altri. Chi non è andato a votare ha messo in discussione una concezione di democrazia basata sulla partecipazione attiva.

Visto com’è andata, è il momento di chiedersi a questo punto se sia stata un’occasione persa o meno: si è trattato di un episodio o davvero gli italiani vogliono continuare a lasciare ad altri il controllo sul futuro? E inoltre, con tutto questo astensionismo, che segnale abbiamo dato ai giovani?
Loro che magari sarebbero voluti andare a votare, ma che non hanno potuto perché minorenni, cosa penseranno nel vedere gli adulti non andare alle urne?
L’unica cosa che di positivo possono pensare è “meglio che sia stato il referendum, così hanno chiuso prima la scuola”. Ma a cosa ci porta tutto ciò?

Eppure a leggere i quesiti referendari, i temi trattati risultano particolarmente significativi proprio per le nuove generazioni. È evidente già dal primo quesito, che propone l’abrogazione del D.lgs. 23/2015, noto come contratto a tutele crescenti. Questa scelta legislativa – probabilmente motivata dal desiderio (o dalla paura?) di non eliminare esplicitamente l’art. 18, preferendo invece una sua progressiva eliminazione – colpisce soprattutto i più giovani, ovvero coloro che, anche solo per motivi anagrafici, non erano ancora inoccupati nel marzo 2015 e quindi non potranno mai beneficiare delle tutele dell’art. 18.

Il secondo quesito invece mirava al presente, considerando i cambiamenti economici e produttivi avvenuti negli ultimi decenni. Attualmente, l’art. 8 della L. 604/1966 prevede un massimo di sei mensilità come risarcimento per un lavoratore licenziato ingiustamente da un’azienda con meno di 15 dipendenti. Per le imprese con più di 15 dipendenti, le indennità possono arrivare fino a 24 o 36 mensilità, a seconda delle norme applicabili. Collegare il limite massimo di risarcimento esclusivamente al numero di dipendenti appare ormai datato. Se non si interviene presto, si rischia di condannare le nuove generazioni di lavoratori a una posizione di debolezza, permettendo alle aziende molto ricche ma con pochi dipendenti di liberarsi facilmente di lavoratori sgraditi offrendo risarcimenti irrilevanti.

Il terzo quesito riguardava una stretta sui contratti a termine. È ormai acclarato che la precarietà riguarda soprattutto i giovani, come confermato ogni anno dall’Istat, con conseguenze non solo sulla qualità del lavoro, ma anche sulle prospettive di vita di intere generazioni. Un contratto a termine non permette di ottenere un mutuo, non garantisce stabilità personale e familiare, e limita la possibilità di affermare i propri diritti e di rivendicare condizioni migliori. Nonostante ciò, i contratti a tempo determinato sono diventati il principale canale di ingresso nel mercato del lavoro: non sono più utilizzati solo per esigenze temporanee dell’azienda, come picchi di lavoro o eventi straordinari, ma rappresentano di fatto un periodo di prova prolungato, durante il quale i lavoratori vivono costantemente nel timore di non vedere rinnovato il contratto. 

Il quarto quesito affrontava invece il problema della sicurezza sul lavoro, con attenzione particolare ai lavoratori in appalto. È un tema di grande importanza, che riguarda tutti, senza distinzioni di età.

Per quanto riguarda il quinto quesito non c’è bisogno di soffermarsi più di tanto sulla sua importanza: l’impatto sui giovani stranieri nel nostro Paese sarà significativo nei prossimi anni, con ripercussioni anche sul futuro economico e lavorativo.

In conclusione, i temi affrontati dal referendum dell’8 e 9 giugno potevano essere valutati diversamente. Pensando oltre gli si poteva dare più importanza, perché riguardavano questioni particolarmente cruciali per le nuove generazioni, che siano esse alle prime esperienze nel mondo del lavoro o che si preparino ad entrarvi nei prossimi anni. 

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