
A volte una tragedia non basta. Dopo il devastante incendio scoppiato durante la notte di Capodanno al locale Le Constellation di Crans-Montana, che ha provocato la morte di 42 persone e lasciato numerosi giovani feriti, il percorso scolastico dei ragazzi sopravvissuti ha preso strade completamente diverse a seconda del Paese in cui studiano.
Da una parte la Svizzera, dove alcuni studenti coinvolti nell'incidente sarebbero stati bocciati. Dall'altra l'Italia, dove gli istituti scolastici hanno scelto di adottare percorsi personalizzati per consentire ai ragazzi di concludere l'anno senza subire ulteriori conseguenze dopo mesi trascorsi tra ospedali, interventi chirurgici e riabilitazione.
Una differenza che va ben oltre la semplice applicazione di regole scolastiche e che apre interrogativi profondi sul significato stesso dell'istruzione.
Le bocciature che fanno discutere
Secondo quanto emerso, le scuole svizzere avrebbero ritenuto impossibile equiparare il percorso degli studenti rimasti lontani dalle aule per lunghi periodi a quello dei compagni che hanno frequentato regolarmente durante tutto l'anno.
Una motivazione che, pur formalmente sostenibile sul piano burocratico, appare difficile da accettare sul piano umano.
Qui non si parla di studenti poco presenti per scelta o di scarso rendimento scolastico, ma di ragazzi che hanno vissuto una delle esperienze più traumatiche immaginabili e che hanno trascorso mesi a combattere per recuperare la propria salute.
In casi eccezionali, l'applicazione rigida delle regole rischia infatti di trasformarsi in una forma di insensibilità istituzionale.
La scoperta attraverso la chat dei genitori
La notizia delle bocciature sarebbe emersa all'interno di una chat condivisa tra le famiglie italiane, francesi e svizzere dei ragazzi coinvolti nell'incendio.
Proprio attraverso quel gruppo di confronto, i genitori italiani avrebbero appreso delle decisioni prese dagli istituti elvetici. Una circostanza che ha generato sorpresa e indignazione tra molte famiglie.
A confermarlo è stato anche il padre di uno dei giovani ricoverati all'ospedale Niguarda, che ha raccontato come i genitori svizzeri abbiano spiegato la posizione delle scuole: per gli istituti, chi aveva frequentato soltanto pochi mesi non poteva essere valutato allo stesso modo degli altri studenti.
Una scelta che per molti rappresenta una clamorosa mancanza di sensibilità verso chi è già stato segnato da una tragedia.
L'Italia sceglie la strada del buon senso
Di segno completamente opposto la risposta delle scuole italiane.
Gli istituti hanno infatti predisposto didattica a distanza, programmi personalizzati e percorsi di recupero calibrati sulle condizioni dei singoli studenti.
Un approccio che ha consentito ai ragazzi di proseguire il proprio percorso formativo nonostante le lunghe degenze ospedaliere e le difficoltà psicologiche e fisiche legate all'incidente.
La promozione degli studenti coinvolti non è stata un regalo né una scorciatoia. È stata piuttosto la dimostrazione che la scuola può essere rigorosa senza rinunciare all'empatia e al buon senso.
Il caso di Giuseppe: «Perdere anche i compagni sarebbe stato orribile»
Tra le storie simbolo di questa vicenda c'è quella di Giuseppe, studente del liceo Gonzaga, che ha continuato a studiare nonostante il trauma subito e un percorso terapeutico ancora in corso.
Il ragazzo sta affrontando tuttora la riabilitazione e deve convivere quotidianamente con le conseguenze delle ferite riportate nell'incendio. Nei prossimi mesi sarà inoltre sottoposto ad altri trattamenti medici.
«Studiare è difficile, soprattutto rimanere concentrati - afferma il giovane - Mi sono nascosto sotto un tavolo pensando di evitare le fiamme. Mi sono fatto strada fra i corpi a terra e poi ho sentito qualcuno che mi prendeva per le braccia e mi spostava. Sono uscito in strada e sulle mie gambe con un altro amico siamo arrivati a casa sua».
Parole che testimonia il grande trauma vissuto e come in questo contesto, la prospettiva di una bocciatura avrebbe rappresentato un ulteriore colpo psicologico.
«Dopo quello che ha vissuto, perdere anche i compagni di classe sarebbe stato orribile», ha spiegato il padre.
Quando a essere bocciata è l'umanità
La questione, in fondo, va oltre i voti e i registri scolastici. Una scuola dovrebbe essere capace di valutare non soltanto le assenze e le presenze, ma anche le circostanze straordinarie che segnano la vita degli studenti.
Quando un ragazzo sopravvive a una tragedia di questa portata, il compito delle istituzioni educative dovrebbe essere quello di accompagnarlo e sostenerlo, non di aggiungere nuovi ostacoli a un percorso già reso drammaticamente difficile.
Per questo motivo, la vicenda delle bocciature svizzere lascia un interrogativo inevitabile: in una situazione così eccezionale, sono stati davvero gli studenti a essere giudicati insufficienti oppure è stata la capacità delle istituzioni di mostrare comprensione e umanità a uscire sconfitta?












