
Entrare oggi in una professione significa partire con meno opportunità rispetto al passato. I giovani professionisti sono sempre meno numerosi, guadagnano meno dei colleghi senior e impiegano più tempo a costruire una carriera stabile.
Il confronto con gli anni Ottanta è impietoso: allora un giovane lavoratore autonomo percepiva un reddito mediamente superiore del 20% rispetto ai professionisti più anziani; nel 2022, invece, guadagna il 16% in meno.
Un ribaltamento che racconta meglio di qualsiasi slogan quanto sia diventato difficile affermarsi nelle professioni.
È il quadro che emerge dal Rapporto "Generazioni a confronto tra demografia e redditi" dell'Osservatorio di Confprofessioni, una fotografia di un Paese che invecchia e di un sistema professionale che fatica sempre di più ad accogliere nuove generazioni.
Sempre meno giovani nelle professioni
I numeri parlano chiaro. In cinquant'anni l'età mediana della popolazione italiana è passata da 33 a 49 anni, mentre i giovani tra 0 e 14 anni si sono dimezzati, scendendo dal 24% a meno del 12% della popolazione.
Nello stesso periodo gli over 65 sono raddoppiati e rappresentano oggi circa un quarto degli italiani.
Questo squilibrio demografico si riflette direttamente nel mercato del lavoro e, soprattutto, nelle professioni.
Gli under 35 costituiscono il 24% dei lavoratori dipendenti, ma la loro presenza cala sensibilmente tra gli autonomi: appena il 16% tra i liberi professionisti e il 15% tra gli altri lavoratori indipendenti.
Anche l'età media continua a salire. Tra i professionisti raggiunge i 50 anni per gli uomini e i 46 anni per le donne.
Queste ultime restano mediamente più giovani, ma il loro progressivo invecchiamento è evidente: dal 2022 il rapporto tra under 35 e over 55 è sceso sotto la soglia della parità.
Redditi: il divario generazionale continua ad allargarsi
La difficoltà di accesso si accompagna a una crescente penalizzazione economica.
Nel 1987 i professionisti tra 25 e 34 anni percepivano un reddito pari al 97% della media.
Nel 2022 quella quota è scesa al 78%, con una perdita di quasi venti punti percentuali. Parallelamente il momento di massimo guadagno si è spostato in avanti: se negli anni Ottanta il picco reddituale era concentrato tra i 45 e i 54 anni, oggi appartiene alla fascia 55-64 anni.
Il rapporto tra under 35 e over 55 conferma inoltre un ricambio generazionale sempre più debole. Già fragile nel 2015, dieci anni dopo risulta ulteriormente peggiorato.
Tra gli uomini la presenza dei giovani rimane strutturalmente limitata; tra le donne il vantaggio iniziale si è progressivamente annullato.
Una generazione che parte in svantaggio
I dati raccontano un fenomeno che va oltre la semplice evoluzione demografica. Per la prima volta il sistema delle professioni sembra aver perso la capacità di garantire un ricambio naturale, lasciando ai giovani spazi sempre più ridotti.
Alle differenze generazionali si aggiungono quelle di genere. Le giovani professioniste mostrano divari reddituali leggermente inferiori rispetto ai coetanei uomini, ma non perché siano avvantaggiate: la distribuzione dei redditi femminili è complessivamente più compressa, segnale di una fragilità strutturale che interessa l'intero comparto.
Confprofessioni: "Il ricambio si è inceppato"
Alla luce di questi numeri, il presidente di Confprofessioni, Marco Natali, sintetizza il problema con una frase che riassume l'intero rapporto: «Il ricambio generazionale si è inceppato».
Una valutazione condivisa anche dal ministro del Lavoro Marina Calderone, secondo cui è necessario intervenire per creare condizioni più favorevoli all'ingresso dei giovani nelle professioni.
Secondo il ministro, non basta mettere a disposizione risorse economiche. Nonostante il miliardo di euro previsto dal decreto Coesione per favorire l'autoimpiego nelle professioni ordinistiche, molti giovani continuano a preferire i voucher a fondo perduto.
Per Calderone questa scelta riflette un modello professionale ancora troppo legato allo studio individuale, «un modello micro per affrontare problemi macro».
L'obiettivo della riforma delle professioni, che approderà in Aula il 30 luglio, è incentivare le società tra professionisti, favorire il trasferimento delle competenze tra generazioni e rendere finalmente possibile quel ricambio generazionale che oggi, numeri alla mano, appare sempre più bloccato.











