
Da settimane il Mondiale 2026 è il centro dell'attenzione globale. Milioni di persone seguono ogni partita, discutono di tattiche, celebrano i campioni e attendono di scoprire quale nazionale alzerà la Coppa.
Eppure, mentre gli occhi del mondo sono puntati sugli stadi americani, una tragedia umanitaria continua a consumarsi quasi nell'indifferenza generale.
La Striscia di Gaza continua a vivere una delle pagine più drammatiche della sua storia. Migliaia di civili affrontano ogni giorno fame e privazioni. E tra loro ci sono soprattutto i bambini, le vittime più innocenti di una guerra che sembra non avere fine.
Il mondo dimentica Gaza, ma i bambini di Gaza non dimenticano il calcio
Infantino e company sono degli ipocriti.
Non solo per le nefandezze che stanno commettendo violando ogni regola sportiva (vedi il caso Balogun), ma perché millantano di essere portatori di valori che poi puntualmente dimenticano.
Organizzano la più grande manifestazione sportiva del pianeta vantandosi di aver incluso nazioni povere, dandogli una vetrina d'eccezione (vedi Curacao, Capo Verde e Haiti).
Si fanno promotori del rispetto altrui, dello sport come mezzo che unisce. Si dicono contro il razzismo, contro le barriere che dividono e contro ogni guerra.
Eppure hanno organizzato i mondiali nella nazione dove comanda uno dei Presidenti più guerrafondai della storia recente, che insulta chiunque e non ha fatto nulla per scoraggiare l'assedio della Palestina.
Hanno permesso ad Israele di partecipare alle qualificazioni, mentre la Russia è esclusa da anni (quale criterio si è adottato in questo caso)?
E si sono dimenticati che il calcio deve arrivare anche a Gaza.
Ma Gaza non si è dimenticata del calcio. Per i bimbi che vivono nella striscia il calcio rappresenta molto più di uno sport.
È uno degli ultimi spazi rimasti per sentirsi ancora bambini, per dimenticare anche solo per qualche minuto la guerra e immaginare un futuro diverso.
Lo stadio di Khan Younis trasformato in un enorme campo profughi
Tra le immagini più simboliche c'è quella dello stadio comunale di Khan Younis.
Prima della guerra era uno dei principali impianti sportivi della regione. Ospitava partite, tornei e momenti di aggregazione per migliaia di persone.
Oggi, osservato dall'alto, non sembra più uno stadio.
Sembra un immenso mare di tende.
Le tribune hanno lasciato spazio a un enorme campo profughi, dove vivono migliaia di famiglie costrette ad abbandonare le proprie case.
Eppure, proprio in mezzo a quelle tende, il calcio continua a sopravvivere.
Un campo disegnato con l'acqua e due pietre come porta
In questo campo i bambini non hanno un prato perfetto, non hanno porte regolamentari e nemmeno spogliatoi.
Disegnano le linee del campo versando un po' d'acqua sulla sabbia. Accatastano alcune pietre per costruire i pali della porta. Poi iniziano a giocare. Corrono, dribblano, esultano, quasi come se fosse una partita ufficiale.
E lo fanno imitando Cristiano Ronaldo, Messi, Mbappè, riproducendo le esultanze e i gesti tecnici dei campioni che in questi giorni stanno infiammando gli stadi.
È la stessa fantasia che anima qualsiasi bambino nel resto del mondo. Con una differenza enorme.
I loro idoli giocano davanti a decine di migliaia di spettatori.
Loro giocano in un campo profughi.
Il paradosso che dovrebbe interrogare il mondo
Il paradosso è tanto semplice quanto doloroso. Noi guardiamo il calcio e dimentichiamo Gaza. Loro vivono la guerra, ma non dimenticano il calcio.
È forse questa la fotografia più potente della nostra epoca.
Non c'è nulla di sbagliato nell'appassionarsi a un Mondiale. Lo sport continua a essere uno straordinario strumento di unione tra i popoli.
Il problema nasce quando l'entusiasmo collettivo finisce per oscurare una emergenza umanitaria che continua a mietere vittime ogni giorno.











