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La follia della scuola trasformata in calcolatrice: quando il voto finale dipende da formule

2026-06-29 06:00

Valerio Saitta

Apertura, Scuola,

La follia della scuola trasformata in calcolatrice: quando il voto finale dipende da formule

Ormai si è arrivati ad un punto in cui il ragazzo scompare dietro i calcoli. Tanto vale mettere tutto dentro l'AI ed eliminare il giudizio dei docenti

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Concluse le prove scritte alle scuole superiori ci stiamo avviando alla fine dell'anno scolastico con gli orali conclusivi che decreteranno il voto finale di tantissimi giovani al termine del loro percorso di studi.

Alle scuole medie gli esami si sono invece già conclusi (per legge le prove scritte e il colloquio orale devono concludersi entro il 30 giugno, salvo sessione suppletiva per assenze giustificate) e oggi è il momento di dare i voti definitivi con la ratifica finale.

E dato il periodo in cui ci troviamo emerge un'importante riflessione da fare proprio su quest'aspetto.

 

La scuola italiana continua a parlare di centralità della persona, di crescita, di inclusione, di educazione. Eppure, nel momento più importante del percorso scolastico, quello in cui dovrebbe emergere una valutazione complessiva dello studente come individuo, tutto viene ricondotto a una serie di operazioni matematiche. 

 

Anni di studio, sacrifici, maturazione personale, capacità di reagire alle difficoltà, talenti e potenzialità finiscono dentro una formula.

 

Il voto delle medie: una media che pretende di raccontare una persona
 

Ma per capire meglio di cosa parliamo procediamo con ordine. Alle scuole medie un meccanismo che dovrebbe essere apparentemente semplice si è trasformato negli anni in un'assurdo calcolo.

A ogni prova scritta e al colloquio viene attribuito un voto in decimi. Il voto finale si ottiene calcolando la media tra il voto di ammissione e la media dei voti delle quattro prove d'esame.
 

Se la frazione finale è pari o superiore a 0,5, si arrotonda all'unità superiore. Per superare l'esame occorre ottenere almeno 6/10. Il massimo è 10/10 e, soltanto se la commissione raggiunge l'unanimità, può essere attribuita la lode.

Se siete stati bravi a capirci qualcosa vi informiamo che il punto non è capire o meno il calcola.
La domanda è un'altra: ma davvero si può giudicare il percorso di un ragazzo di tredici o quattordici anni così?
Si può ricorrere ad una media matematica e ad una regola di arrotondamento? Possibile che la differenza tra un voto e un altro possa dipendere da pochi decimali?
 

La maturità: il trionfo della logica numerica
 

Ma se pensate che questo sia il massimo della follia, è perché non avete visto cosa succede ai più grandi.
Si, perché alla maturità il sistema diventa ancora più complesso e, paradossalmente, ancora più dipendente dai numeri.
 

Le studentesse e gli studenti possono ottenere fino a 60 punti dalle prove d'esame:

  • 20 punti per la prima prova scritta;
  • 20 punti per la seconda prova;
  • 20 punti per il colloquio orale.
     

A questi si aggiungono fino a 40 punti di crediti scolastici accumulati durante il triennio finale delle superiori.

Anche i crediti derivano da una logica numerica. Sono assegnati dal consiglio di classe sulla base della media dei voti ottenuti in tutte le materie

Nel dettaglio, si possono ottenere:

  • da 7 a 12 crediti in terza superiore;
  • da 8 a 13 crediti in quarta;
  • da 7 a 15 crediti in quinta.

Il totale massimo raggiungibile è quindi di 40 punti.
 

La conclusione è quasi meccanica: se uno studente ottiene il massimo dei crediti e il massimo punteggio nelle tre prove d'esame, raggiunge 100/100.


Bonus, lode e criteri: quando tutto deve essere misurato


Esistono poi i cinque punti bonus. Possono essere attribuiti dalla commissione agli studenti che arrivano all'esame con almeno 30 crediti scolastici e che abbiano totalizzato almeno 50 punti tra scritti e orale.
 

Infine c'è la lode, riservata a chi ha ottenuto risultati eccellenti nel triennio e il massimo punteggio nelle prove finali.

A leggere queste regole viene spontaneo chiedersi se ci troviamo davanti a un sistema educativo o a un sistema di contabilità.
 

Più numeri si aggiungono, meno spazio resta all'umanità
 

Più si introducono criteri matematici, più la valutazione diventa una gabbia numerica dalla quale è difficile uscire.

Ogni nuova formula nasce con l'intenzione di rendere il sistema più oggettivo, più equo, più trasparente. Ma il risultato è spesso l'opposto: la persona scompare dietro i calcoli.
 

La scuola sembra essersi convinta che tutto ciò che può essere misurato possa essere valutato. Eppure le qualità più importanti di uno studente sono spesso proprio quelle che non entrano in una tabella Excel.


Come si misura la determinazione di un ragazzo che ha superato una situazione familiare difficile? 

Come si traduce in punti il percorso di chi è partito da enormi lacune e ha compiuto progressi straordinari? 

Quale coefficiente matematico riesce a quantificare la creatività, la capacità di collaborare, il senso critico, la resilienza, la passione per la conoscenza?

La risposta è semplice: nessuno.

 

L'illusione dell'oggettività

 

Eppure il sistema continua ad accumulare numeri su numeri, medie su medie, crediti su crediti, punteggi su punteggi.

Ogni nuovo parametro dovrebbe garantire maggiore precisione, ma finisce per produrre un effetto perverso. Quando una valutazione è costruita attraverso decine di elementi numerici, diventa sempre più difficile per docenti e commissioni discostarsi dal risultato matematico.

 

La componente umana viene gradualmente soffocata.

Perché se uno studente arriva a 98 punti, il sistema spinge inevitabilmente a chiedersi perché dovrebbe ottenere 100. Se arriva a 99,4, si discute sull'arrotondamento. Se è a un passo dalla lode, si controllano i requisiti numerici. 

 

Tutto ruota intorno ai calcoli.

Il dibattito educativo lascia il posto alla verifica dei parametri.
 

Se decide tutto la matematica, che ruolo resta al docente?
 

Si arriva così a un paradosso: la scuola affida la formazione degli studenti a docenti che dovrebbero essere educatori, ma poi costruisce il giudizio finale come se fosse il risultato di un algoritmo.
 

A questo punto la provocazione diventa inevitabile. Se il destino scolastico di uno studente è determinato da medie, crediti, coefficienti, soglie, arrotondamenti e bonus, perché continuare a fingere che il numero sia soltanto uno strumento?
 

Perché non ammettere che il sistema ha ormai elevato il calcolo matematico a giudice supremo?


Naturalmente nessuno sostiene che la valutazione debba essere arbitraria. I numeri sono utili e rappresentano un riferimento importante. 

Ma una scuola che pretende di descrivere una persona attraverso una sequenza di punteggi rischia di dimenticare la propria missione fondamentale.


Uno studente non è una formula
 

Noi diciamo a gran voce che l'educazione non è una scienza esatta e uno studente non è una media aritmetica.
 

Un ragazzo non è la somma dei suoi crediti.

Una persona non può essere ridotta a un voto finale.


E forse la vera domanda che dovremmo porci è questa: se dopo otto o tredici anni di scuola ciò che resta di un percorso umano è soltanto un numero scritto su un diploma, siamo sicuri di aver costruito un sistema che educa le persone o piuttosto una gigantesca macchina che le classifica?

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