
Alla fine ha trionfato l’Inter (e non è stata certo una sorpresa)!
Uno scudetto costruito su solidità, esperienza e gestione tecnica impeccabile. Il tutto grazie ad un gruppo collaudato da anni e in questa stagione tenuto magistralmente unito dall’emergente Chivu.
Una squadra che è riuscita ad ottenere finora ben 82 punti, con una differenza reti di + 51 goal. Bel gioco, vittorie schiaccianti e una finale di Coppa Italia ancora da giocare che potrebbe portare al secondo titolo in meno di un mese.
Lo scorso anno anche un eccellente cammino in Champions, finito con una batosta in finale, ma segnato da buone prestazioni e incredibili rimonte.
Insomma l’Inter è ad oggi sicuramente non solo la squadra più forte d’Italia, ma anche uno dei team più forti d’Europa.
Tuttavia, dietro questo dominio si nasconde un problema strutturale che va oltre il club nerazzurro e investe l’intero sistema calcistico italiano: la quasi totale assenza di giovani italiani, in particolare under 21, stabilmente inseriti in prima squadra.
In particolare, andando ad analizzare nel dettaglio la rosa, notiamo che l’unico italiano con meno di 21 anni ad aver giocato e contribuito allo scudetto è Pio Esposito (20 anni), che non è però titolare.
Così come non è titolare il secondo giocatore più giovane della rosa, Davide Frattesi (26 anni). Gli unici titolari italiani sono Nicolò Barella e Federico Dimarco (rispettivamente di 29 e 27 anni). Insomma ad aver contribuito alla vittoria di questo 21esimo scudetto sono stati soprattutto gli stranieri (Lautaro Martinez, Thuram, Calhanoglu su tutti).
E quando una squadra al vertice del campionato schiera raramente giovani italiani, il segnale che si manda al movimento è chiaro: la crescita dei giovani non è una priorità immediata. Questo approccio, replicato anche da altri club di alto livello che sono ai primi posti in classifica, come Napoli, Juventus, Milan e Roma, finisce per impoverire il bacino da cui attinge la Nazionale di calcio dell'Italia.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: figuraccia contro la Bosnia e Italia fuori dagli ultimi tre mondiali. È la conseguenza diretta di un sistema che preferisce affidarsi a giocatori maturi, spesso stranieri, piuttosto che investire con continuità sui giovani italiani. Il paradosso è evidente: da un lato, si celebra la vittoria dell’Inter come simbolo dell’eccellenza del calcio italiano; dall’altro, si ignora che questa eccellenza non contribuisce in modo significativo allo sviluppo del futuro della nazionale. Senza spazio, i giovani non accumulano esperienza, non crescono sotto pressione e non sono pronti quando arriva il momento di rappresentare il Paese.
Non si tratta di criticare il successo sportivo, ma di interrogarsi sul modello. Altri campionati europei dimostrano che è possibile coniugare competitività e valorizzazione dei talenti. In Italia, invece, persiste una certa diffidenza verso i giovani, considerati spesso un rischio piuttosto che un investimento.
In attesa dell’elezione del prossimo presidente federale, si dovrebbe pensare a cambiare il sistema: la prima cosa da fare è investire sui vivai, dare soldi e incentivi alle società che mettono in prima squadra giovani under 21, magari inserire una regola in cui è obbligatorio per le società di serie A di schierare almeno tre-quattro italiani in campo a partita.











