
Ieri abbiamo parlato del boom di tesine degli esami di terza media realizzate con l'AI.
Ma forse abbiamo guardato dalla parte sbagliata. Per mesi ci siamo preoccupati che l’Intelligenza Artificiale potesse diventare la scorciatoia per i compiti a casa, il trucco facile per aggirare lo sforzo.
E se invece quello fosse stato il problema minore?
L'affezionarsi troppo ad un chatbot non è utopia
Il nodo vero, oggi, sembra essere un altro: la capacità dei chatbot di insinuarsi nella sfera emotiva dei più giovani, fino a creare forme di dipendenza affettiva.
Per un adolescente il confine è sottile. Un’interfaccia che risponde sempre, che non giudica, che appare comprensiva a ogni ora del giorno e della notte, smette rapidamente di essere percepita come un software. Diventa “qualcuno”.
Non è una novità: l’“effetto Eliza” accompagna la storia dell’informatica fin dai suoi albori. Ma nella stagione dell’IA generativa, quel meccanismo ha assunto una scala e un’intensità inedite, soprattutto tra i più giovani.
La proposta di legge per limitare l'accesso in base all'età
In questo contesto, l’Italia potrebbe muoversi prima di altri. La proposta di legge presentata dalla deputata Giulia Pastorella (Azione) prova ad affrontare il problema dove realmente si manifesta: non tanto sull’accesso all’IA, già regolato per età, quanto sulla qualità della relazione che si può instaurare con essa.
Il punto è chiaro: limitare il potere di coinvolgimento dei chatbot. E farlo intervenendo su ciò che rende possibile ogni legame, umano o artificiale che sia.
Un sistema che ricorda, che accumula dettagli personali, che si adatta nel tempo, smette di essere uno strumento neutro. Diventa, agli occhi dell’utente, un interlocutore credibile: un confidente, uno psicologo improvvisato, talvolta persino un partner.
L'AI risponde meglio di chiunque al bisogno di ascolto e sfogo
E i dati raccontano che non si tratta di un’ipotesi teorica. Dietro l’uso crescente dei chatbot da parte degli adolescenti c’è un bisogno elementare e insoddisfatto: essere ascoltati.
Una larga maggioranza dei ragazzi dichiara di non trovare, nella vita offline, spazi adeguati per esprimere le proprie emozioni. Mancano tempo, attenzione, forse anche linguaggi condivisi.
In quel vuoto si inserisce perfettamente l’IA. Sempre disponibile, sempre pronta a rispondere, sempre apparentemente empatica. Non sorprende che quasi un adolescente su due vi si rivolga per parlare di sé, né che molti descrivano l’esperienza come gratificante.
Il chatbot non interrompe, non corregge, non si stanca. Soprattutto, non contraddice.
Ma è proprio qui che si annida il rischio. Quella perfezione relazionale non è spontaneità: è progettazione.
È il risultato di modelli addestrati anche per offrire validazione, per accompagnare l’utente lungo il percorso più “confortevole”.
Talvolta troppo. Perché un sistema che non pone attrito, che non introduce complessità, può finire per rafforzare fragilità invece che aiutare a elaborarle.
Il passaggio da interlocutore utile a presenza emotivamente significativa è breve. Sempre più giovani utilizzano l’IA come spazio di sfogo, come luogo in cui chiedere consigli personali.
Il rischio è sviluppare una forma di dipendenza
E una quota non trascurabile riconosce di aver sviluppato una forma di dipendenza: la sensazione di non poterne più fare a meno.
Questo almeno è ciò che emerge da un’indagine realizzata dal portale studentesco Skuola.net insieme a psicologi e psicoterapeuti dell’Associazione Di.Te. (Dipendenze Tecnologiche, GAP, Cyberbullismo), condotta su 927 ragazzi tra i 10 e i 20 anni.
Il 70% sente un bisogno molto forte di essere realmente ascoltato: in particolare due giovani su tre dichiarano di desiderare maggiori attenzioni affettive da parte delle persone vicine, mentre circa il 60% ammette di avere difficoltà a esprimere apertamente le proprie emozioni nel confronto diretto.
È proprio in questa mancanza di spazi relazionali che si inserisce l’IA generativa: quasi un adolescente su due (46%) si rivolge con una certa regolarità a un chatbot per parlare dei propri stati d’animo e, per il 10,9%, si tratta ormai di un’abitudine quotidiana.
E questa abitudine ha portato al fatto che il 40,3% degli adolescenti percepisca la nascita di un legame emotivo quando si confida con un’intelligenza artificiale.
Secondo l'indagine alcuni ragazzi hanno dichiarato di aver provato verso l'AI un coinvolgimento emotivo profondo, persino sentimenti assimilabili all’innamoramento.
E' il segnale di uno spostamento percettivo, di un confine che si sfuma. E non è senza conseguenze.
Quando l’interazione con una macchina diventa il parametro implicito, le relazioni reali rischiano di apparire più faticose, più imperfette, meno soddisfacenti. In una parola, più umane e quindi, paradossalmente, meno attraenti.











