
Finalmente una notizia positiva per la scuola italiana: dopo anni in cui siamo stati colpiti da una importante dispersione scolastica, gli ultimi dati Istat ci danno una versione in controtendenza; meno banchi vuoti e più studenti che restano nel sistema formativo. Un obiettivo europeo centrato con largo anticipo, visto che erano stati considerati cinque anni per arrivare ad ottenere questo risultato.
L’Istat ci dice infatti che nel 2025 il tasso di abbandono precoce nel nostro Paese si ferma all’8,2%. Un risultato che fino a pochi anni fa sembrava difficilmente raggiungibile, soprattutto se si guarda al recente passato: nel 2020, quindi in piena pandemia, la nostra dispersione era del 14,2%.
La discesa è stata rapida, quasi improvvisa. In pochi anni si è passati da percentuali a doppia cifra a un livello che oggi colloca l’Italia tra i sistemi più virtuosi. E mentre questo accade, alcune nazioni tradizionalmente considerate modelli educativi iniziano a mostrare segnali di affanno.
È inevitabile, a questo punto, interrogarsi sulle cause. Il governo rivendica il ruolo delle politiche adottate: investimenti mirati, innovazione didattica, maggiore controllo sull’obbligo scolastico. Misure come i programmi “Agenda Sud” e “Agenda Nord” o la stretta introdotta dal “Decreto Caivano” vengono indicate come leve decisive, soprattutto nelle aree più fragili del Paese, dove i risultati sono stati più evidenti. Il Mezzogiorno, storicamente il punto debole del sistema, mostra oggi segnali di recupero significativi con una dispersione che si attesta all’8,4%. La Campania scende per la prima volta sotto il 10% (9,7%), rispetto al 19% del 2020. Ancora più marcato il miglioramento della Calabria, passata dal 16,9% al 6,5%.
E in Sicilia come siamo messi? L'indice di dispersione nella scuola secondaria di secondo grado è sceso dal 10% del 2021-2022 al 4,54% del 2024-2025. Insomma, si è quasi dimezzato.
Tutto bello viene da pensare. In parte in realtà, perché le criticità persistono nel nostro sistema scolastico e ora ve ne parliamo. Questi miglioramenti non si vedono purtroppo se si punta la lente d’ingrandimento sulla fascia degli studenti stranieri: qui la dispersione resta altissima, oltre il 26%. Sebbene si tratti di un miglioramento rispetto al 30,1% del 2022, il divario rimane significativo.
Numeri che ci dicono che la nostra scuola, sebbene ci metta l’impegno, faccia fatica ad integrare gli extracomunitari.
Poi c’è un altro che non fa stare sereni: quello dei cosiddetti “dispersi impliciti”. Ovvero studenti che restano formalmente nel sistema, arrivano fino all’ultimo anno, ma senza acquisire le competenze di base. Non lasciano la scuola, ma ne escono comunque fragili. È una dispersione meno visibile, più difficile da intercettare, ma altrettanto rilevante.
Ecco perché i numeri, per quanto incoraggianti, non possono bastare. Ridurre la dispersione non significa solo trattenere gli studenti in classe, ma garantire loro un percorso formativo reale, solido, capace di offrire strumenti concreti per il futuro.
Il risultato raggiunto dall’Italia è importante, e merita di essere riconosciuto. Ma è anche, inevitabilmente, un punto di partenza. La sfida adesso non è solo mantenere questi livelli, ma affrontare ciò che i dati continuano a nascondere: le disuguaglianze, le fragilità, le storie che restano ai margini. Perché vincere la battaglia contro i banchi vuoti è fondamentale. Ma riempirli davvero di opportunità, competenze e inclusione lo è ancora di più.











