
La Spezia, Frosinone, Foggia, pochi giorni fa l’episodio registrato in provincia di Bergamo e ieri quello di Santa Fe, in Argentina, dove un 15enne ha aperto il fuoco all'interno di una scuola uccidendo un compagno di 13 anni e ferendo almeno altri 8 alunni. Fino a qualche decennio fa la scuola era considerata un luogo sicuro, un posto in cui studenti e docenti, nel loro rapporto a volte in contrasto, riuscivano comunque a trovare qualche ora per condividere insieme delle esperienze.
Oggi non è più così purtroppo. La violenza è entrata anche negli istituti scolastici e coinvolge tutti: alunni che fanno male ad alunni, docenti aggrediti da studenti e genitori. Insomma, quasi un far west senza regole, che ha portato anche all'adozione di misure speciali, quali ad esempio in metal detector in alcuni comuni del nostro Paese.
Siamo ormai davanti a un quadro strutturale che interroga in profondità il mondo della scuola e nel quale ci siamo impotenti.
E questa pericolosità la vivono i ragazzi stessi.
Un sondaggio lampo realizzato da Skuola.net dopo l’aggressione con coltello del 13enne ai danni della docente di francese, ci dice che più della metà degli studenti italiani delle scuole superiori (il 53%) non considera più il proprio istituto un ambiente sicuro. Al contrario, il 47% degli intervistati ritiene che episodi di violenza, seppur gravi, facciano parte di situazioni eccezionali che non compromettono la percezione generale di sicurezza.
Questo dato aiuta anche a comprendere perché molti studenti vedano di buon occhio le recenti misure restrittive introdotte dal governo sia dentro sia fuori dagli istituti scolastici.
Il 28% sull'adozione di queste si dice “molto favorevole”, considerando la sicurezza fisica una priorità assoluta, mentre un ulteriore 40% si dichiara “abbastanza favorevole”, pur ritenendo opportuno limitarne l’uso ai contesti più critici.
Alla domanda sulle perquisizioni, il 37% degli intervistati si è detto favorevole a controlli completi e immediati da parte delle forze dell’ordine in presenza di un pericolo concreto. Un altro 32% accetta le perquisizioni, ma solo con precise garanzie, come la presenza di genitori o personale scolastico qualificato. Il restante 31%, invece, si oppone ai controlli personali, ammettendo al massimo verifiche su zaini o oggetti.
Tuttavia, una larga parte di loro ritiene che la soluzione debba puntare più sulla prevenzione che sulla repressione.
Trasformare infatti la scuola in un luogo blindato rischia di essere una soluzione tanto rassicurante quanto parziale.
Non sorprende, allora, che siano gli stessi studenti a indicare una strada diversa. Se potessero scegliere come investire nella sicurezza, privilegerebbero altre strade: il 47% punterebbe su educazione e prevenzione, chiedendo corsi obbligatori su gestione delle emozioni, legalità e relazioni affettive; il 25% vorrebbe un sostegno psicologico continuo, attraverso sportelli d’ascolto o la presenza di psicologi facilmente accessibili. Solo il 23% ritiene prioritario l’impiego di strumenti di controllo tecnologici, mentre il 5% propone un rafforzamento del patto educativo tra scuola e famiglia, con sanzioni certe ma orientate alla rieducazione.
Le voci che emergono dai social raccontano con immediatezza questa inquietudine: studenti e insegnanti condividono la stessa sensazione di esposizione, lo stesso bisogno di tutela. “Vogliamo studiare in pace” non è uno slogan, ma una richiesta essenziale, quasi elementare.
Il punto, allora, non è scegliere tra sicurezza e educazione, tra controllo e prevenzione. Il vero nodo è costruire un equilibrio credibile tra queste dimensioni. Perché se è vero che senza sicurezza non può esserci apprendimento, è altrettanto vero che senza un investimento serio sulla crescita personale e relazionale dei ragazzi, ogni misura rischia di restare un argine temporaneo.
Restituire alla scuola il suo ruolo di spazio sicuro non significa solo impedire che vi entrino le armi, ma creare le condizioni perché non nasca nemmeno il bisogno di impugnarle. È una sfida che riguarda tutti, istituzioni, famiglie, docenti e studenti. E che non può essere rimandata.











