
Il risultato del referendum costituzionale sulla riforma della Giustizia non lascia spazio a molte interpretazioni: il No ha vinto con il 53,2% dei voti.
Un esito netto, che non riguarda soltanto il merito del quesito, ma che offre anche indicazioni politiche e sociali più ampie.
Tra i dati più significativi emerge quello relativo alla partecipazione: l’affluenza, attestatasi intorno al 59%, ha superato le aspettative della vigilia.
Ma è soprattutto la risposta delle generazioni più giovani a colpire. Spesso descritte come distanti o disinteressate alla politica, si sono invece presentate alle urne in misura rilevante e, soprattutto, con un orientamento piuttosto definito.
Le rilevazioni precedenti al voto avevano già suggerito questa tendenza. Secondo i dati raccolti da YouTrend il No risultava maggioritario proprio tra i più giovani, con il 56,7% nella fascia tra i 18 e i 34 anni, percentuale superata soltanto da quella dei 35-49enni.
Le stime successive hanno confermato e persino rafforzato questa lettura: nella fascia più giovane il No supera il 61%, mentre il divario si riduce progressivamente con l’aumentare dell’età, fino a invertirsi tra gli over 55.
Si tratta di un elemento tutt’altro che marginale. Il voto sembra infatti delineare una frattura generazionale non solo nelle preferenze, ma anche nel modo di interpretare la Costituzione e il suo ruolo.
Per i più giovani, essa appare meno come un’eredità da custodire e più come un orizzonte entro cui proiettare aspettative e cambiamento.
Non sorprende, allora, che proprio i giovani siano stati al centro delle reazioni immediate al risultato. Nelle principali città italiane, e in particolare a Roma, dove piazza Barberini ha raccolto centinaia di studenti, la vittoria del No è stata accolta come un segnale di partecipazione e di presa di parola. Una mobilitazione che ha assunto anche un significato simbolico, alla luce delle polemiche sulla mancata possibilità di voto per i fuorisede.
In questo clima si inseriscono le dichiarazioni della segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, che ha attribuito alle giovani generazioni un ruolo decisivo, sottolineando al tempo stesso la necessità di intervenire proprio sul diritto di voto. Una promessa che, come spesso accade in questi casi, sposta il discorso dal risultato referendario alle prospettive politiche future.
Dello stesso tenore le parole di Enrico Grosso, costituzionalista e presidente onorario del comitato per il No, che ha letto nella partecipazione giovanile un segnale in controtendenza rispetto alla narrazione dominante. Non disaffezione, dunque, ma piuttosto una domanda di coinvolgimento che trova espressione quando i temi vengono percepiti come rilevanti.
Anche da Firenze, dove si è svolta una manifestazione davanti a Palazzo Vecchio, è arrivata una chiave di lettura analoga. Tommaso Montanari ha sottolineato come il consenso per il No cresca al diminuire dell’età, interpretando questo dato come la prova di una Costituzione ancora capace di parlare alle nuove generazioni. Non solo un testo da difendere, ma un progetto politico e culturale aperto.
È forse proprio qui il punto più interessante che questo referendum consegna al dibattito pubblico: al di là della vittoria del No, ciò che emerge è una rinnovata centralità del rapporto tra giovani e politica. Un rapporto meno scontato di quanto spesso si racconti, e che, se intercettato, potrebbe ridefinire equilibri e linguaggi della rappresentanza nei prossimi anni.











