
I dati raccontano una generazione che con questa lingua ha finalmente preso confidenza, ma le esperienze estere e le certificazioni non sono per tutti.
Per anni la lingua inglese è stata il punto debole degli studenti italiani, una competenza spesso confinata ai banchi di scuola e raramente spendibile nella vita reale. Oggi, invece, qualcosa è cambiato davvero.
I dati dell’indagine AlmaDiploma 2026 raccontano una generazione che con la lingua straniera (soprattutto l’inglese) ha finalmente preso confidenza. I diplomati del 2025 leggono, scrivono e parlano con una sicurezza che fino a pochi anni fa era tutt’altro che scontata. Più di otto su dieci raggiungono almeno un livello intermedio, e oltre la metà si colloca su standard avanzati.
Numeri che certificano un salto di qualità netto, quasi una rottura con il passato.
Ma quali sono i fattori che hanno portato a ciò?
Sicuramente la dimestichezza con internet sin dai primi anni di vita ci ha messo del suo. L'accesso ai vocabolari online, a video tutorial e testi in lingua straniera permettono un'accessibilità all'inglese che prima si limitava ai libri e alle ore passate a scuola. Anche videogiochi online hanno contribuito, visto che sono pieni di termini inglese.
Ma il mondo virtuale non è tutto. Accanto alla didattica tradizionale, cresce il peso degli investimenti privati: corsi extrascolastici, lezioni individuali, percorsi di potenziamento. Le famiglie, sempre più consapevoli del valore strategico delle competenze linguistiche, cercano di colmare lacune e rafforzare il curriculum dei figli.
Ma qui emerge però quella è una frattura bene nota: perché sotto questa fotografia positiva continua a muoversi la linea delle disuguaglianze.
Perché se è vero che imparare l’inglese è diventato più accessibile, eccellere resta un privilegio. Le certificazioni internazionali, ormai decisive per l’università e per il lavoro, segnano una linea di confine evidente: a ottenerle sono soprattutto i ragazzi che partono da contesti familiari più solidi, sia economicamente che culturalmente.
Il dato è chiaro: quasi un figlio di laureati su due possiede almeno una certificazione linguistica, mentre tra chi proviene da famiglie meno istruite la quota si riduce drasticamente. Non è solo una questione di talento o impegno, ma di opportunità.
Lo stesso schema si ripete quando si guarda alle esperienze all’estero. Studiare fuori dai confini nazionali non è soltanto un arricchimento linguistico, ma un acceleratore di crescita personale. Eppure, anche in questo caso, l’accesso non è uguale per tutti. Partono di più gli studenti con alle spalle famiglie più istruite e con maggiori risorse, mentre per gli altri questa possibilità resta più lontana.
Il risultato è una scuola che migliora, ma che continua a riflettere e in parte a riprodurre le disuguaglianze della società. Anche l’indirizzo di studi contribuisce ad amplificare il divario: i licei restano il contesto in cui le competenze linguistiche raggiungono i livelli più alti, mentre tecnici e professionali faticano a tenere il passo.
Eppure, il quadro non è solo critico. La crescita complessiva delle competenze linguistiche indica una direzione chiara: le nuove generazioni sono più aperte, più mobili, più capaci di comunicare oltre i confini. È un cambiamento reale, che avvicina l’Italia a standard internazionali a lungo inseguiti.
Ma proprio per questo, oggi la sfida si sposta più in alto. Non basta più garantire una conoscenza di base dell’inglese. Il vero obiettivo diventa rendere accessibili a tutti quegli strumenti, ovvero certificazioni, esperienze internazionali, percorsi avanzati, che fanno la differenza tra sapere una lingua e poterla davvero usare come leva di crescita.
Perché se è vero che l’inglese non è più il tallone d’Achille degli studenti italiani, è altrettanto vero che rischia ancora di diventare uno specchio fedele delle disuguaglianze del Paese.











