
In Italia il voto è un diritto di tutti…o forse no.
In questi giorni tantissimi giovani studenti e lavoratori che abitano fuori dal proprio comune di residenza stanno protestando in diverse città d'Italia per esprimere la loro contrarietà di fronte ad un grande paradosso del nostro sistema: li si critica perché li consideriamo poco interessati alla politica, ma poi nemmeno gli diamo la possibilità di votare.
E' quello che riguarda circa 5 milioni di cittadini (soprattutto under 35) che non potranno partecipare a questa consultazione referendaria.
Rientrare questo week end per tantissimi studenti o lavoratori fuori sede comporta infatti una spesa che tanti non hanno potuto né voluto sostenere.
Le più grandi proteste sono state a Roma e Milano, ma anche in altre città ci sono state negli scorsi giorni assemblee universitarie, appelli, raccolte firme, campagne social.
I ragazzi hanno ragione da vendere: denunciano quella che definiscono una “esclusione di fatto” dal diritto di voto. Non perché il diritto non esista, ma perché diventa impraticabile per costi, tempi e condizioni di vita.
La questione si è riaccesa con forza proprio perché arriva dopo due anni di aperture. Nel 2024 e nel 2025, infatti, erano state introdotte forme sperimentali di voto per i fuorisede, prima per gli studenti e poi anche per i lavoratori. Un passo avanti che sembrava preludere a una riforma stabile. Ma per questo referendum tutto è stato fermato: nessuna proroga, nessuna estensione.
L’11 febbraio scorso infatti il Senato, con 87 voti a favore e 58 contrari, ha bocciato tutti gli emendamenti al decreto legge Elezioni, inclusi quelli presentati dalle opposizioni che proponevano di estendere il voto ai fuorisede anche per il referendum sulla giustizia.
Di fronte alle critiche delle opposizioni, il governo ha risposto sostenendo che mancavano i tempi tecnici necessari per attuare la misura.
La decisione ha acceso lo scontro politico e nel frattempo sono arrivate anche le proteste da parte dei ragazzi. Protesta che si sono anche fatte creative: in assenza di soluzioni istituzionali, si moltiplicano gli “escamotage”.
La possibilità di registrarsi come rappresentanti di lista, ad esempio, consente di votare nel luogo in cui si è domiciliati. Ma è una soluzione parziale, quasi simbolica. I posti sono limitati e non possono coprire una platea così ampia.
Ed è proprio questo il punto sollevato dalle mobilitazioni: non si tratta di trovare scorciatoie, ma di riconoscere un diritto in modo pieno e uniforme. Perché, come sottolineano associazioni e osservatori, l’assenza di strumenti adeguati produce una forma di “astensionismo involontario”, che colpisce soprattutto i più giovani e chi ha meno risorse economiche.
Le proteste, quindi, non riguardano solo il referendum sulla giustizia, che pure rappresenta un passaggio rilevante, chiamando gli italiani a esprimersi su una riforma costituzionale della magistratura, ma il funzionamento stesso della democrazia.
Perché in gioco c’è una domanda più ampia: può un diritto dirsi davvero universale se per esercitarlo servono tempo, denaro e possibilità di spostarsi?










