
Lo scorso 17 marzo si è svolto presso la sede Agesci CT 6 di via San Leone a Catania un incontro tra i giovani del Clan Emmaus del gruppo scout Agesci CT 6 e una rappresentanza della Consulta comunale della disabilità.
Un incontro che è andato oltre il semplice momento istituzionale e che non si è limitato alla mera analisi, ma ha acceso i riflettori su una realtà quotidiana spesso ignorata, un terreno comune fatto di consapevolezza e responsabilità civica.
Quello che è emerso principalmente è stato il tema della mobilità urbana e delle barriere architettoniche: marciapiedi difficilmente percorribili, accessi complicati a parcheggi, edifici pubblici e strutture comunali, servizi teoricamente disponibili ma di fatto inutilizzabili: ascensori, rampe e passaggi per disabili risultano troppo spesso ostruiti o occupati. A questo si aggiunge una presenza invasiva di pali, cartelloni e ostacoli che interrompono la continuità degli spazi urbani, trasformando il diritto alla mobilità in un percorso a ostacoli.
Ma il nodo centrale, forse il più difficile da sciogliere, è culturale. È emersa con chiarezza una diffusa mancanza di sensibilità da parte della cittadinanza, segno di una visione ancora limitata e superata della disabilità. Da qui la necessità, condivisa da tutti i partecipanti, di un cambio di paradigma: non più considerare le persone con disabilità come portatrici di limiti, ma riconoscerle come risorse essenziali, parte attiva e imprescindibile della comunità.
Erano presenti i responsabili del gruppo scout, Sofia Tornabene, Capo Laura Santocono e Capo Emanuele Tornabene, l’assessore ai servizi sociali, avvocato Serena Spoto, il presidente della Consulta, dott. Vaccarella, al vicepresidente dott. G. Cataldo, al dott. M. De Natale e a diversi rappresentanti di associazioni impegnate nel campo della disabilità.
L’incontro si è concluso con l’impegno a proseguire questo percorso attraverso nuovi momenti di confronto e proposta. L’obiettivo è ambizioso ma necessario: trasformare l’accessibilità da obbligo normativo a prassi quotidiana, da adempimento formale a valore condiviso. Perché una città realmente inclusiva non è quella che si limita a rispettare le regole, ma quella che sceglie, ogni giorno, di essere vivibile per tutti.











