
Mentre Trump minaccia l'apocalisse sui social si ironizza col “disaster-funny”: le parodie e le clip satiriche che aiutano a creare sollievo tra i ragazzi.
La guerra, oggi, non irrompe più soltanto nei notiziari: scorre anche nei social. Scrollando i vari video si vede prima un’esplosione, poi una battuta virale, oppure un’analisi politica seguita da un montaggio ironico con musica pop. Dai combattimenti in Ucraina alla tragedia di Gaza, fino alle recenti tensioni tra Israele, Stati Uniti e Iran, online si moltiplicano contenuti che raccontano i conflitti usando il codice dei meme: clip sarcastiche, video ironici sull’eventualità di un’escalation globale, remix e parodie che trasformano eventi drammatici in materiale virale.
Negli studi sui meme questo meccanismo viene spesso definito “disaster-funny”, ovvero “disastro in chiave ironica”.
È un fenomeno che dice molto su come le nuove generazioni attraversano il tema della guerra nell’epoca delle piattaforme digitali. Giovanni Boccia Artieri, docente di Sociologia dei media digitali e Comunicazione digitale all’Università di Urbino, ha rilasciato a tal proposito un’intervista a Il Fatto Quotidiano in cui spiega: “Quando cresce l’ansia collettiva, l’umorismo online agisce spesso come una valvola di sfogo e una forma di controllo simbolico. Esprimere la paura in chiave ironica la rende, anche solo per un momento, più gestibile. Attenzione, non voglio dire che ridere elimini il trauma, ma permette di creare sollievo, connessione e un linguaggio condiviso per affrontarlo”.
È per questo che si tratta di una pratica particolarmente diffusa tra i più giovani, che ricorrono all’ironia come forma di elaborazione collettiva di eventi percepiti come enormi e incontrollabili. Tuttavia, l’ironia non nasce solo dagli utenti: sempre più spesso anche le istituzioni adottano codici comunicativi tipici dei social. “I linguaggi istituzionali stanno integrando formati propri del feed, montaggi veloci, colonne sonore pop, estetiche da video brevi, per rendere i propri messaggi più accessibili e condivisibili. Un caso recente è il video pubblicato dall’account ufficiale della Casa Bianca su operazioni militari, accompagnato dalla musica della Macarena. E quando è l’istituzione stessa a parlare in linguaggio meme è chiaro che anche i più giovani rispondono. E lo fanno amplificando quel codice, tra riuso, parodia e distanza critica.
Allo stesso tempo cambia anche la percezione del conflitto: non è più una narrazione lineare costruita dai media tradizionali, ma una sequenza di frammenti, video, volti, suoni, trend e remix. Per descrivere questa trasformazione si usa sempre più spesso l’espressione “TikTok war”. Ne deriva una percezione ambigua: da un lato la guerra appare più vicina e immediata, dall’altro più discontinua e spezzata. Un video di bombardamenti può comparire accanto a contenuti completamente diversi, nello stesso scorrimento.
Ma quali effetti può generare nei ragazzi l’esposizione continua a immagini e notizie di guerra?
Secondo la docente gli effetti sono complessi: “Può generare desensibilizzazione e affaticamento empatico, ma anche picchi di ansia. Non si tratta di un unico effetto, bensì di un’alternanza tra iperattivazione e torpore”. Le piattaforme digitali amplificano questo processo: gli algoritmi privilegiano ciò che cattura l’attenzione, come urgenza, shock e conflitto. L’utente finisce così in un “ciclo automatico di consumo della negatività”, in cui il conflitto diventa una presenza costante. Rendere la guerra un contenuto virale può avere conseguenze opposte: può creare distanza emotiva, facendo apparire il conflitto lontano, ma anche funzionare come una difesa generazionale.
Resta però il rischio di banalizzazione, soprattutto quando l’ironia scivola nel cinismo o nella spettacolarizzazione. Allo stesso tempo, il meme può assumere una valenza politica: una forma sintetica di commento che unisce satira, critica e delegittimazione. È un linguaggio che emerge con forza quando i media tradizionali vengono percepiti come distanti, troppo retorici o incapaci di intercettare la sensibilità del web.
Si configura così quello che dagli esperti viene definito “war feed”: un ambiente in cui il conflitto viene adattato ai formati della piattaforma, clip, trend, reaction e meme. In questo scenario l’attenzione si sposta dal comprendere al guardare e scorrere. Il risultato è una guerra sempre presente ma frammentata, in competizione con qualsiasi altro contenuto. A complicare ulteriormente il quadro c’è la difficoltà di distinguere tra reale e simulato. Ci si muove dentro quella che è chiamata una “fragile ecologia dell’autenticità”: circolano infatti video falsi o decontestualizzati, immagini generate con l’intelligenza artificiale o sequenze di videogiochi scambiate per riprese reali, aumentando confusione e distanza. Emblematico è il recente caso della presunta morte del primo ministro d’Israele dato da molti per morto e riportato in vita dall’AI con l’ironia delle 6 dita della mano.
Insomma bel feed globale dei social la guerra non scompare ma cambia forma. Da evento eccezionale diventa una presenza continua nel flusso digitale. E tra meme, ironia e clip virali diventa, per molti giovani, un linguaggio attraverso cui provare a conciliare paura, distanza e quotidianità.










