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Il merito non basta: l’istruzione dei genitori influisce sul futuro dei figli

2026-03-30 06:00

Valerio Saitta

Apertura, attualità,

Il merito non basta: l’istruzione dei genitori influisce sul futuro dei figli

Quello della scuola motore dell'uguaglianza sociale sembra essere un'illusione: i dati Almalaurea26 ci dicono che è lo specchio delle disuguaglianze di partenza

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La scuola dovrebbe essere il grande motore dell’uguaglianza sociale. O almeno così raccontiamo da decenni: un luogo in cui il punto di partenza conta meno dell’impegno, dove il merito permette di cambiare il proprio destino. È una delle promesse più forti delle società democratiche.

 

In pratica, anche se un ragazzo proviene da contesti famigliari o da comunità svantaggiate, può comunque riuscire ad ottenere buoni risultati ed emergere nel mondo del lavoro. Eppure, osservando con attenzione i dati sui diplomati italiani, non è così.

 

L’indagine AlmaDiploma 2026, analizzata da Skuola.net, restituisce infatti un quadro che dovrebbe far riflettere. In Italia il titolo di studio sembra spesso trasmettersi quasi per eredità. Non in modo formale, ovviamente. Ma attraverso una rete di vantaggi, aspettative e opportunità che accompagnano gli studenti fin dall’inizio del loro percorso scolastico.

 

Il fattore decisivo ha un nome preciso: capitale culturale familiare. Quando in casa c’è almeno un genitore laureato, il percorso dei figli appare molto più lineare e, soprattutto, più prevedibile. Il liceo diventa la scelta quasi naturale, e l’università l’orizzonte implicito.

 

Non è solo una questione di aspirazioni. È anche – e forse soprattutto – una questione di risorse. Gli studenti provenienti da famiglie più istruite partono spesso con un vantaggio che si accumula nel tempo: risultati mediamente più alti già alle scuole medie, maggiori occasioni di studio all’estero, più certificazioni linguistiche e un percorso scolastico generalmente privo di intoppi.

 

I numeri parlano chiaro. All’esame di terza media il voto massimo (“10 o 10 e lode”) viene ottenuto dal 24,9% degli studenti con almeno un genitore laureato. Tra i figli di genitori con al massimo il diploma la quota scende al 14,1%, mentre tra chi proviene da famiglie con licenza media o elementare si ferma al 7,9%. 

 

Una distanza che emerge molto presto e che finisce inevitabilmente per orientare la prima grande decisione: la scelta della scuola superiore.

Ed è proprio lì che il divario diventa più evidente. Tra i ragazzi con genitori laureati, il 73,4% si iscrive a un liceo. Tra i figli di diplomati la percentuale scende al 47%. Tra chi proviene da famiglie con livelli di istruzione più bassi precipita al 32,5%.

 

Non si tratta soltanto di preferenze individuali. La famiglia continua a esercitare un ruolo decisivo. Lo ammettono gli stessi diplomati: quando i genitori sono laureati, il loro parere pesa molto di più nelle scelte scolastiche. Nel 71,3% dei casi i loro consigli risultano determinanti. Quando invece il livello di istruzione dei genitori è più basso, questa influenza si riduce sensibilmente.

 

Ma il peso del contesto familiare non si esaurisce al momento della scelta. Continua a manifestarsi durante tutto il percorso delle superiori, traducendosi in opportunità che arricchiscono o limitano l’esperienza educativa degli studenti.

I figli dei laureati attraversano la scuola con maggiore regolarità: nel 95,8% dei casi arrivano alla maturità senza bocciature. Tra gli studenti provenienti da famiglie meno istruite la quota scende all’88,6%. Anche il voto finale riflette questa distanza: supera i 90 su 100 il 23,8% dei diplomati con genitori laureati, contro il 14,8% di chi ha genitori privi di diploma.

 

La differenza si vede anche fuori dall’aula. Le esperienze che oggi arricchiscono il curriculum degli studenti sono molto più diffuse tra chi proviene da famiglie culturalmente ed economicamente più forti. 

Un soggiorno di studio all’estero riguarda il 27,8% dei figli di laureati, ma solo il 16,5% degli altri studenti. 

Ancora più evidente è il divario nelle certificazioni linguistiche: le possiede il 46,8% dei primi, contro appena il 20,1% dei secondi.

 

All’opposto, il contatto precoce con il mondo del lavoro, spesso necessario per motivi economici o legato agli indirizzi tecnico-professionali, riguarda più frequentemente gli studenti provenienti da famiglie meno istruite.

Il risultato è che, alla vigilia della maturità, i percorsi dei due gruppi appaiono già nettamente separati. Tra i figli di laureati il 73,7% prevede di proseguire esclusivamente con l’università. Tra gli studenti provenienti da famiglie meno istruite la percentuale si ferma al 44,4%. Per molti di loro, l’ingresso nel mondo del lavoro non è tanto una scelta quanto una necessità.

 

Di fronte a questi numeri diventa difficile continuare a raccontare la scuola italiana come un vero ascensore sociale. Piuttosto, sembra funzionare sempre più come uno specchio delle disuguaglianze di partenza.

Naturalmente la scuola non può cancellare da sola tutte le differenze sociali, ma dovrebbe almeno ridurle. Se invece i percorsi degli studenti continuano a divergere così nettamente in base al titolo di studio dei genitori, significa che qualcosa nel sistema non sta funzionando.

 

Il rischio, altrimenti, è che la promessa più importante dell’istruzione pubblica — offrire a tutti le stesse possibilità di costruire il proprio futuro — resti soltanto una dichiarazione di principio. E che il punto di partenza continui, troppo spesso, a determinare il punto di arrivo.
 


 

SudLife

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