
Oggi e domani gli italiani sono chiamati alle urne per il Referendum sulla Giustizia.
Ma mentre tra le varie correnti politiche si è litigato per mesi sul “si” o sul “no”, quasi nessuno si è preoccupato di capire quanti saranno i giovani (magari neo maggiorenni) che andranno a votare. E quanti se andranno a votare, lo faranno consapevolmente.
Già, perché secondo un recente articolo pubblicato su Repubblica, a prescindere dai risultati referendari, un fenomeno che dovrebbe fare riflettere il nostro Stato è quello dell'astensionismo e della sfiducia nelle istituzioni, che si manifesta soprattutto tra le nuove generazioni.
Una sfiducia che si forma spesso tra i banchi di scuola, proprio nel momento in cui gli studenti sperimentano per la prima volta cosa significhi partecipare alla vita democratica. È lì che molti ragazzi maturano la sensazione che la propria voce conti poco o nulla.
Secondo quanto riporta il quotidiano, tre studenti su quattro dichiarano di avere una fiducia molto bassa nelle istituzioni nazionali. Il 61% ritiene che quelle regionali prestino scarsa attenzione alle esigenze dei giovani, mentre poco più della metà afferma di non sentirsi realmente ascoltata dal proprio Comune.
I dati provengono da un’indagine realizzata dal progetto Repeto tra studenti dei licei torinesi, che racconta come le prime esperienze di rappresentanza possano trasformarsi in un confronto precoce con l’inefficacia della propria voce.
E' un report circoscritto quindi ad una sola città, ma già da diversi anni sono fatti studi a tal proposito anche in altre città. E il risultato non discosta di molto…
In particolare alla domanda su quanto si sentano davvero coinvolti nelle decisioni della propria comunità scolastica, gli studenti assegnano in media 2,13 punti su 5. Un dato che racconta più di molte analisi.
“I ragazzi si sentono sudditi, non cittadini della scuola”, spiegano dal team di Repeto, come riporta la Repubblica.
Anche la fiducia nella classe politica appare in netto declino. I rappresentanti di classe e d’istituto raccontano di essere spesso animati da una forte motivazione iniziale, ma di scontrarsi rapidamente con un sistema che offre pochi strumenti concreti per incidere davvero. In teoria dovrebbero essere figure di mediazione tra studenti e istituzioni scolastiche; nella pratica, però, molti percepiscono il proprio ruolo come limitato e poco incisivo.
Il progetto Repeto nasce proprio con l’obiettivo di riportare la scuola al centro della formazione democratica, valorizzando il ruolo dei rappresentanti di classe e d’istituto. Per molti ragazzi si tratta del primo vero contatto con la politica, sia come elettori sia come eletti. Eppure, proprio questo spazio che dovrebbe educare alla partecipazione rischia spesso di rivelarsi un luogo in cui la partecipazione resta soprattutto simbolica.
A rendere il quadro ancora più problematico è il timore, espresso da diversi studenti, che manifestare apertamente il dissenso possa tradursi in conseguenze negative sul piano delle valutazioni. Una paura che, se confermata, rappresenterebbe una contraddizione profonda: proprio nei luoghi in cui si dovrebbe imparare il valore della partecipazione democratica, molti ragazzi finiscono per apprendere invece la prudenza del silenzio.











