
Oggi è la giornata mondiale contro l'obesità e anche nel nostro Paese in diverse città si svolgono degli eventi per educare ad una corretta alimentazione e per informare circa i rischi di questo problema che affligge oltre un miliardo di persone.
C’è un dato che dovrebbe farci riflettere: l’obesità riguarda il 17% delle persone seguite nei Servizi di salute mentale, contro il 10% della popolazione generale.
Uno scarto che diventa ancora più evidente tra i giovani adulti, dove nella fascia 18-34 anni la prevalenza tocca il 13,7%, a fronte del 5,5% dei coetanei. Numeri che emergono dai risultati preliminari di uno studio nazionale coordinato dalla Società Italiana di Neuropsicofarmacologia e presentati in occasione di questa giornata.
La ricerca, che ha coinvolto circa duemila persone in carico ai Servizi di salute mentale in diverse regioni italiane, ha messo a confronto questi dati con quelli della popolazione generale raccolti dall’Istituto Superiore di Sanità attraverso il sistema di sorveglianza PASSI. Si tratta di risultati ancora in fase di consolidamento, ma già sufficienti a delineare un quadro che non può essere ignorato: se confermati su scala nazionale, potrebbero riguardare oltre 150mila pazienti.
Il punto non è soltanto statistico. L’obesità è una delle grandi malattie croniche del nostro tempo, ma colpisce con particolare intensità chi convive con un disturbo mentale. Le evidenze scientifiche, da anni, mostrano l’associazione tra depressione, disturbo bipolare, schizofrenia e aumento di peso. Un intreccio complesso, dove fattori biologici, effetti collaterali dei trattamenti farmacologici, stili di vita sedentari, fragilità socioeconomiche e alimentazione emotiva si sommano e si potenziano a vicenda.
A questo si aggiunge una possibile vulnerabilità genetica, che contribuisce a spiegare perché il fenomeno si manifesti con forza anche tra gli adolescenti con disturbi psichiatrici.
Le conseguenze non sono marginali. L’obesità amplifica il rischio di malattie cardiovascolari e diabete, aggravando ulteriormente un quadro clinico già delicato. È noto che le persone con gravi disturbi psichiatrici possano avere un’aspettativa di vita ridotta di 10-20 anni. Pensare che una parte di questo divario sia legata a fattori metabolici prevenibili dovrebbe interrogare profondamente il nostro sistema di cura.
Questi dati rafforzano una consapevolezza che in ambito clinico sta finalmente maturando: non esiste una salute mentale separata dalla salute fisica. Continuare a trattarle come compartimenti stagni significa lasciare scoperta una parte essenziale della presa in carico. Servono percorsi integrati, capaci di affiancare al trattamento dei sintomi psichiatrici interventi sugli stili di vita, prevenzione metabolica e monitoraggi nel lungo periodo.
L’urgenza è ancora più evidente nei giovani adulti, dove il rischio appare già significativamente più alto. È in questa fase della vita che la prevenzione può cambiare la traiettoria futura della malattia. Ignorare il legame tra mente e corpo non è più un’opzione: i numeri, prima ancora delle parole, ci dicono che è tempo di superare ogni frammentazione e ripensare l’assistenza in modo realmente integrato.











