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A Sanremo la storia di Paolo: il ragazzo tetraplegico che ha perdonato i suoi aggressori

2026-03-01 06:00

Valerio Saitta

Apertura, attualità,

A Sanremo la storia di Paolo: il ragazzo tetraplegico che ha perdonato i suoi aggressori

Il festival ci ha commosso per una triste vicenda che ha costretto un 25enne in sedia a rotelle dopo un'aggressione. "Stop alla violenza" il suo grido

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Nella terza serata del Festival di Sanremo di giovedì 26 febbraio, Carlo Conti ha scelto di interrompere il ritmo (in realtà poco attraente) della gara per aprire uno spazio di riflessione su una ferita aperta del nostro tempo: la violenza tra i giovani. 

Non un semplice momento televisivo, ma un richiamo collettivo alla responsabilità.

Così in collegamento remoto al palco dell’Ariston è arrivata la storia di Paolo Sarullo, ragazzo di 25 anni reso tetraplegico da un’aggressione brutale da parte di alcuni suoi coetanei.
 

“Stop alla violenza sui giovani”, ha detto con parole semplici e definitive. Poi un dettaglio quasi disarmante nella sua normalità: il suo cantante preferito è Olly, e da lì qualche strofa di Balorda nostalgia, intonata con fatica ma con determinazione. 
Infine la domanda più difficile: “Hai perdonato i tuoi aggressori?”. Il suo “Sì”, seguito da un lungo applauso, ha avuto il peso di una scelta controcorrente. “Vorrei dire loro che non deve più accadere a nessuno”, ha aggiunto, trasformando il dolore in un appello.
 

Paolo racconta la sua vicenda dal Centro S. Maria dei Poveri della Fondazione Don Carlo Gnocchi di La Spezia, struttura guidata dalla dottoressa Martina Iardella con la direzione sanitaria del dottor Pietro Balbi. 

Prima del brutto episodio trascorreva una vita tranquilla.
Poi nel maggio 2024, ad Albenga, mentre stava tornando a casa con un amico, un gruppo di ragazzi di età tra i 18 e i 20 anni, con anche un minorenne ha tentato di rapinargli il monopattino. Un pugno, la caduta, la testa che colpisce l’asfalto: una gravissima emorragia cerebrale, due interventi chirurgici di quindici ore ciascuno, tre mesi di coma.

 

Al risveglio non parlava, non muoveva arti, comunicava soltanto con lo sguardo. Da agosto ha iniziato un lungo percorso riabilitativo. Oggi respira autonomamente, parla, mangia da solo, ha recuperato parte dei movimenti. La riabilitazione robotica per l’arto superiore, i tutori gamba-piede e un deambulatore chiamato “Grillo” gli consentono di compiere piccoli, enormi passi. Progressi che raccontano non solo la forza della medicina, ma soprattutto la tenacia di chi rifiuta di arrendersi.

 

Sul piano giudiziario, gli aggressori sono stati arrestati e la Corte d’Appello ha confermato la condanna per chi ha materialmente sferrato il pugno, disponendo un risarcimento di 1 milione e 270 mila euro per Paolo e di 200 mila euro per la madre. Ma la risposta più significativa non è arrivata dalle aule di tribunale: è nata nella società civile, con una mobilitazione solidale che ha portato alla creazione della fondazione Uniti per Paolo, impegnata a contrastare la violenza giovanile e a sostenere il suo rientro a casa.

 

La storia di Paolo interroga tutti. Parla di una generazione che troppo spesso conosce la violenza prima del dialogo.
Secondo una recente indagine condotta da Skuola.net la violenza giovanile di oggi è conseguenza anche della violenza che si trova in rete.
I contenuti estremi e inappropriati entrano praticamente ogni giorno (27%) o comunque molto spesso (37%) nella “dieta mediatica” dei più giovani. 
L’indagine, che è stata condotta su un campione di 1.500 ragazze e ragazzi tra i 10 e i 25 anni pone però l’accento soprattutto sul pericolo della “normalizzazione”.

Eh si perché purtroppo ben 7 intervistati su 10 ritengono che la visione continua di contenuti violenti possa contribuire a banalizzare se non persino incoraggiare comportamenti aggressivi. Per il 17% rappresenta addirittura la causa principale della violenza, mentre per il 53% è una delle concause. Solo il 30% esclude un legame.


Ecco che quindi, la vicenda di Paolo non si può attribuire a singoli fenomeni derivati da gruppi organizzati come i cosiddetti “maranza”, ma dobbiamo guardare una platea molto più ampia, fatta di ragazzi che sono immersi in un mondo virtuale aggressivo che plasma le loro menti.

Ma la storia di Paolo ci insegna anche che c'è la possibilità di scegliere una strada diversa: quella del perdono, che in questo caso, non è debolezza ma un atto radicale. È la decisione di non lasciare che l’odio abbia l’ultima parola.

Portarlo, seppur in collegamento, sul palco dell’Ariston è stato un gesto dal forte valore simbolico. In mezzo alle luci e alle canzoni, la sua voce ha ricordato che lo spettacolo più necessario, oggi, è quello della responsabilità collettiva.

SudLife

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