
Per anni abbiamo fatto “passare la cosa”, con rammarico certo, ma sentendoci quasi impotenti: parliamo del decoro delle nostre strutture scolastiche. Facendo un giro per gli istituti, dopo il suono dell’ultima campanella, si vede un po’ di tutto: muri trasformati in lavagne improvvisate, banchi in cui c’è disegnata ogni cosa e sotto banchi che sembrano essere cimiteri di gomme da masticare, aule lasciate nel disordine più totale spesso con cartacce e accessori buttati a terra, corridoi e bagni trattati come terra di nessuno, mense dove sembra essere passato un ciclone per quello che vi si trova dopo il pranzo.
Insomma, che vuoi per l’età, vuoi per l’assenza di sensibilizzazione sul tema, vuoi per la scarsa impunità, gli alunni delle nostre scuole non brillano certo per attenzione all’ordine e al rispetto degli ambienti scolastici.
Un cambio di passo lo si prova da anni, ma con scarsi risultati. E da qualche giorno ci prova anche l’attuale Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, che ha emanato ai presidi una circolare intitolata “Cura e decoro degli ambienti scolastici”, in cui si invitano i dirigenti ad introdurre regole più chiare e rigorose sul rispetto degli ambienti comuni. Non un richiamo generico al “buon comportamento”, ma un’indicazione concreta: responsabilizzare gli alunni nella gestione quotidiana delle aule, degli arredi, dei laboratori e delle palestre.
L’idea è lineare: al termine delle lezioni, saranno gli studenti stessi a riordinare ciò che hanno utilizzato. Un gesto apparentemente minimo, che però contiene un messaggio educativo preciso: la scuola non è un luogo neutro, né uno spazio che “appartiene a nessuno”, ma è una comunità. E come ogni comunità richiede cura.
Non a caso il Ministero chiede che queste indicazioni entrino formalmente nel Regolamento d’Istituto e nel Patto educativo di corresponsabilità, coinvolgendo anche le famiglie. Perché l’educazione al rispetto dei beni comuni non può essere delegata a una circolare: è una questione culturale.
Chi ha letto la notizia sui giornali non ha potuto evitare il paragone con il Giappone: lì, da decenni, gli studenti puliscono quotidianamente le proprie aule, i corridoi e perfino i bagni, secondo la pratica dell’o-soji. Non è una sanzione disciplinare, ma parte integrante del percorso educativo. Un modo concreto per insegnare che la scuola è una “seconda casa” e che il rispetto si apprende attraverso i gesti.
L’Italia non arriva a tanto. Non vi è nessun turno strutturato di pulizia, nessuna rivoluzione radicale. Secondo la mentalità giovanile “sono i bidelli quelli che devono pensare a pulire, non è mio compito”. Ora non pretendiamo certo che gli studenti si mettano con mocio e scopa e puliscano ogni giorno. Ma ci vuole piuttosto una versione “soft” del principio: se usi uno spazio, lo sistemi. Eppure, anche questa forma attenuata rappresenta un segnale forte in un contesto dove la noncuranza è diventata quasi normalità.
Ma era davvero così necessario un intervento ministeriale con una circolare?
A chi se lo chiede, una risposta la può trovare nei dati raccolti da Skuola.net su un campione di 1.500 studenti tra medie e superiori. Le condizioni degli ambienti scolastici, secondo quanto raccontano gli stessi ragazzi, sono spesso critiche. Non solo per via di edifici talvolta datati, ma per un problema più profondo: la scarsa attenzione verso ciò che è di tutti.
Il banco, ad esempio, sembra aver assunto una funzione alternativa. Quasi 9 studenti su 10 (88%) ammettono che nella propria classe è diffusa l’abitudine di scrivere o disegnare sulle superfici. Non stupisce allora che il 43% giudichi “elevato” o “altissimo” il livello di imbrattamento dell’aula. E in un caso su quattro le scritte restano lì per anni, stratificandosi come una cronaca silenziosa del disinteresse. Sotto i banchi, poi, si nascondono piccole testimonianze di incuria: l’85% degli studenti dichiara di aver trovato gomme da masticare o altri residui lasciati dai predecessori.
La situazione non migliora fuori dall’aula. Porte, finestre, armadi e maniglie vengono spesso trattati con superficialità: il 47% degli intervistati ritiene che il rispetto per gli arredi comuni sia basso o nullo.
Ma il vero nodo restano i bagni: per il 59% degli studenti lo stato dei servizi igienici è drammatico, tra guasti frequenti, sporcizia diffusa e spazi talvolta impraticabili. È qui che si misura, forse più che altrove, il livello di attenzione verso il bene collettivo. A preoccupare è anche la presenza di scritte offensive o inappropriate: il 67% dei ragazzi afferma di averne viste, soprattutto sulle porte dei bagni. E secondo il 55% queste rimangono visibili a lungo, prima che qualcuno intervenga.
Alla luce di questi dati, la direttiva ministeriale non appare come un esercizio di burocrazia. Piuttosto come un tentativo di riportare al centro un principio elementare: il rispetto non si insegna solo a parole. Far riordinare un’aula non significa sostituire il personale addetto alle pulizie, ma ricordare che i luoghi pubblici sono responsabilità di chi li vive. In gioco non c’è soltanto il decoro degli spazi scolastici, ma un’idea più ampia di cittadinanza. Se la scuola è davvero il primo laboratorio di convivenza civile, allora imparare a non lasciare il proprio banco coperto di scritte potrebbe essere, in fondo, una delle lezioni più importanti.










