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Si alla laurea, no al lavoro dei genitori e ai mestieri tecnico-pratici: ecco cosa i giovani non vogliono fare

2026-03-06 05:00

Valerio Saitta

Apertura, Università,

Si alla laurea, no al lavoro dei genitori e ai mestieri tecnico-pratici: ecco cosa i giovani non vogliono fare

L'ultima indagine dell'Osservatorio "Dopo il diploma" mostra giovani decisi su i mestieri che non vogliono fare. La laurea obiettivo principale ma..

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“Forse non so cosa voglio fare da grande, però so cosa NON voglio fare”: sembra essere questa la frase che sintetizza il pensiero dei giovani che si affacciano alla maturità. A dirlo è l’ultima indagine dell’Osservatorio “Dopo il diploma”, promossa dal Centro Nazionale Orientamento di ELIS in collaborazione con Skuola.net, che ha coinvolto un campione di circa 1.500 alunni delle scuole superiori italiane. 

Da essa emerge che la Generazione Z, pur dimostrandosi a volte indecisa su cosa fare come professione, ha ben chiaro ciò che invece non vuole fare: in particolare i ragazzi non vogliono fare il mestiere dei genitori, non vogliono scegliere professioni tecnico-pratiche e non vogliono rinunciare a un equilibrio tra lavoro e vita privata. Da sfondo c’è però un sottile pessimismo sul futuro, dato che il 43% degli intervistati ammette di guardare al futuro con sfiducia.

Sfiducia che si attenua un po’ con la speranza della laurea, vista come un riscatto e come possibile inizio per una svolta e per un futuro lavorativo migliore. Ciò è confermato anche dai vari saloni di orientamento alla scelta universitaria che vengono organizzate nelle varie città italiane durante l’anno, che vengono frequentati da tantissimi ragazzi. Insomma, l’orientamento è considerato importante e aiuta i ragazzi a fare scelte consapevoli. Ma denota ovviamente anche l’indecisione dei ragazzi, che partecipano a questi proprio perché non hanno bene le idee chiare su cosa fare.
Inoltre se da un lato l’università viene vista come un importante traguardo della vita, dall’altro c’è la difficoltà nel prenderla. Secondo i dati di Eurostat, l’Italia resta infatti in fondo alla classifica europea per numero di laureati (ci supera in questo triste primato solo la Romania) mentre l’abbandono universitario – come rilevato dall’ANVUR – si manifesta già dal primo anno (10% degli iscritti). Insomma l’aspirazione accademica è alta, la capacità del sistema di accompagnarla fino in fondo molto meno.

Per quanto riguarda l’ingresso nel mondo del lavoro aumenta la quota di ragazzi che si sente “abbastanza” o “del tutto” preparata ad affrontare il dopo-diploma. Tuttavia, la qualità percepita dei percorsi di orientamento resta oggetto di discussione: quasi due studenti su tre (66,8%) affermano di sentirsi “del tutto” (30,5%) o “abbastanza” (36,3%) orientati: un incremento di quasi il 50% rispetto al 2022, quando solo il 45% si dichiarava pronto ad affrontare il futuro nell’ultimo anno prima dell’entrata in vigore delle nuove Linee Guida.
Il dato incoraggiante non cancella però le criticità. Le opinioni sull’efficacia delle attività proposte sono divise: il 43,6% le considera “molto” o “abbastanza” utili, mentre il 56,4% le giudica “poco” o “per nulla” efficaci. L’indagine evidenzia con chiarezza dove intervenire. La larga maggioranza degli studenti chiede percorsi che includano esperienze dirette in azienda: il 65% le ritiene “molto utili” e un ulteriore 26,7% “abbastanza utili”.

Il nodo è chiaro: i ragazzi chiedono esperienze concrete, contatto diretto con le imprese, immersioni reali nei luoghi di lavoro. Eppure l’orientamento continua a svolgersi prevalentemente tra le mura scolastiche, con docenti e figure accademiche in prima linea e una presenza marginale di professionisti d’azienda. La scuola, ancora una volta, fatica a contaminarsi con il mondo produttivo.

E allora il primo vero incontro con il lavoro resta quello domestico. La maggioranza degli studenti conosce bene l’occupazione dei propri genitori. Ma questa familiarità non si traduce in emulazione: solo una minoranza desidera seguirne le orme (appena il 13,6%). Gli altri declinano l’ipotesi per vari motivi: il 21,2% si sente poco portato, il 10,4% ritiene il lavoro poco prestigioso, il 9,2% lo considera scarsamente remunerativo, mentre un ulteriore 12% lo giudica poco flessibile e difficile da conciliare con la vita privata.

Non sorprende, dunque, che nella definizione di “lavoro ideale” compaiano parole come passione, buon reddito, equilibrio vita-lavoro. D’altra parte, ciò che i giovani non intravedono nella quotidianità degli adulti è esattamente ciò che cercano nella professione ideale. Potendo indicare fino a tre priorità, oltre la metà sogna un lavoro che valorizzi le proprie passioni (56,9%), garantisca una buona retribuzione (52%) e assicuri un equilibrio soddisfacente tra vita e lavoro (50,7%).

È un cambio di paradigma rispetto all’idealismo militante delle generazioni del Sessantotto: oggi l’aspirazione non è cambiare il mondo, ma trovare un posto nel mondo che non divori tutto il resto.
Parallelamente, quasi la metà degli studenti scarta a priori i mestieri tecnico-pratici, proprio quelli che le imprese cercano con maggiore insistenza. 

È il paradosso italiano: giovani che puntano in massa verso l’università e aziende che non trovano tecnici specializzati, operai qualificati, professionisti dell’artigianato evoluto. Un disallineamento che non è solo statistico, ma culturale.
La risposta non può limitarsi a invitare i ragazzi a “essere più realistici”. Occorre, piuttosto, rendere il lavoro reale più conoscibile, più raccontabile, più sperimentabile.

 

Non possiamo non chiudere con un giudizio sui ragazzi. Piuttosto con una domanda rivolta agli adulti, alla scuola, alle imprese e alle istituzioni: siamo pronti a offrire opportunità coerenti con le aspettative che abbiamo contribuito a generare?

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