
I nostri ragazzi hanno conquistato medaglie, ma sono ostacolati nelle opportunità, nei salari, nella possibilità di costruire un futuro.
Oggi si concludono le Olimpiadi Invernali Milano Cortina con un bottino di Medaglie per l'Italia davvero eccezionale.
Celebrare il medagliere è giusto, così come congratularsi con gli atleti che hanno portato in alto lo sport italiano. Ed è giusto anche riconoscere che, nonostante tutto, questa competizione è stata un’ottima vetrina internazionale per il nostro Stato.
Ma terminati gli applausi, da domani ci sarà da ripartire con una nuova sfida, quella più importante: la valorizzazione dei nostri giovani.
Perché noi non dobbiamo essere orgogliosi dei ragazzi solo quando conquistano delle medaglie; dobbiamo crederci e incoraggiarli sempre, investire sulla formazione e creare le condizioni per dargli un futuro migliore. Troppo spesso scriviamo di tanti under 30 costretti a prendere un aereo per andare all’estero.
Nello sport funziona una regola semplice: la linea è uguale per tutti, il tempo è oggettivo. Il merito si misura, non si proclama, non dipende da appartenenze, da corporazioni, da percorsi accademici che promettono molto e garantiscono poco. Inoltre, lo Stato, attraverso i suoi corpi sportivi, investe sui talenti, li sostiene, li accompagna. C’è una filiera che premia chi vale.
Fuori dagli impianti sportivi invece, il merito si appanna. Il mondo adulto si è costruito zone di comfort: stipendi modesti ma sicuri, carriere lente ma protette, rendite difese con ostinazione. Si teme la competizione più di quanto la si invochi. E mentre i giovani chiedono spazio, si risponde con nuove certificazioni, nuovi passaggi, nuovi filtri. Una burocrazia che moltiplica gli esami e dilata i tempi, spesso senza aumentare la qualità.
Se vogliamo che le Olimpiadi siano davvero la vetrina di un Paese giovane, dobbiamo intervenire dove oggi si accumulano inerzie e rendite.
La scuola e l’università hanno bisogno di riforme serie, ma soprattutto va ripensato l’accesso alle professioni: troppi passaggi inutili, troppe abilitazioni ridondanti, troppe attese che scoraggiano proprio i migliori. Servono regole chiare e tempi certi. Servono verifiche rigorose, sì, ma reali: prove che misurino competenze sul campo, non percorsi fumosi che logorano energie.
Inoltre ora che le luci si sono spente e le strutture verranno smontate, il vero lascito non sarà materiale ma culturale ed educativo. Se anche uno solo di quei ragazzi avrà interiorizzato che disciplina, rispetto e collaborazione possono orientare le proprie scelte, l’obiettivo sarà stato raggiunto. In fondo, è questa la sfida più urgente per la scuola italiana: non limitarsi a spiegare il mondo, ma offrire ai giovani occasioni per incontrarlo.
Negli ultimi anni abbiamo visto procedure nate per facilitare l’ingresso dei giovani trasformarsi in contenziosi infiniti e labirinti amministrativi. È un paradosso che non possiamo più permetterci. Invece di moltiplicare attestati, chi ha responsabilità dovrebbe tornare a insegnare, guidare, valutare con trasparenza. Assumersi il rischio della decisione.
Perché quando gli adulti rinunciano al coraggio, il conto lo pagano i giovani. Quelli che non fanno rumore, che non sventolano slogan, ma semplicemente partono. O restano, con l’entusiasmo consumato.
Insomma la vera Olimpiade dell’Italia non si gioca ogni quattro anni. Si gioca ogni giorno, nella capacità di liberare le energie dei suoi ragazzi. Le medaglie brillano per un’estate. Le occasioni mancate pesano per generazioni.










