Tessuti sostenibili dagli agrumi e bio-plastica dalla canapa? In Sicilia si può

Simone Dei Pieri

Tessuti sostenibili dagli agrumi e bio-plastica dalla canapa? In Sicilia si può

Tessuti sostenibili dagli agrumi e bio-plastica dalla canapa? In Sicilia si può
Pubblicato il 14 gennaio 2019

Il più diffuso materiale prodotto dall’uomo è, ad oggi, anche il più dannoso e meno ‘eco-friendly’. La storia della plastica (o meglio, delle plastiche viste le molte tipologie) risale al 1800 e per usi più nobili di una forchetta usa-e-getta, come le protesi dentarie.

Dopo la II Guerra Mondiale, le scoperte in un primo momento dettate principalmente da esigenze militari, esondano nel mondo civile.

Gli anni ’50 vedono la scoperta delle resine melammina-formaldeide (con il nome commerciale di “Fòrmica”, per l’arredamento a basso prezzo) mentre le prime “fibre sintetiche” (poliestere, nylon) vivono il loro primo boom, alternativa “moderna” e pratica a quelle naturali.

Quegli stessi anni sono però soprattutto segnati dalla scoperta di Giulio Natta nel 1954 del Polipropilene isotattico, che gli varranno nel 1963 il premio Nobel.

Il Polipropilene sarà prodotto industrialmente dal 1957 col marchio “Moplen”, rivoluzionando le case di tutto il mondo ma entrando soprattutto nella mitologia italiana del “boom economico”.

A fronte di una storia così ricca, il XXI presenta però criticità non indifferenti: nel solo 2015 il 91% di tutta la plastica presente nel globo non è stata riciclata o recuperata. Ciò vuol dire che è dispersa in natura.

Fortunatamente negli ultimi anni si sta registrando un’inversione di tendenza su più fronti: imprese che si occupano appositamente di smaltire alcune categorie di rifiuti, altre che traggono vantaggio dagli scarti, altre ancora che producono plastiche biodegradabili in tutto o in parte, istituzioni che portano avanti campagne di sensibilizzazione per la raccolta differenziata, sì da favorire il riciclo ed il riuso delle materie di scarto.

Tra le aziende che si sono distinte nell’ambito delle bio-plastiche, ne abbiamo prese a campione due.

Orange Fiber – dai sottoprodotti agrumicoli a Ferragamo (ed oltre)

Orange Fiber è una realtà italiana che ha brevettato e produce tessuti sostenibili dai sottoprodotti agrumicoli, fondata nel 2014 per mano di Adriana Santanocito ed Enrica Arena.

In seguito alla collaborazione con il Politecnico di Milano nel 2012 sviluppano un processo per creare un tessuto utilizzando le oltre 700.000 tonnellate di sottoprodotto che l’industria di trasformazione agrumicola produce ogni anno in Italia e che altrimenti andrebbero smaltite, con dei costi per l’industria del succo di agrumi e per l’ambiente.

Nel 2013 il processo viene brevettato in Italia, esteso poi a PCT internazionale nel 2014.
Lo stesso anno, vengono presentati i primi prototipi di tessuti realizzati in occasione della Vogue Fashion Night
Out: un raso bianco e un pizzo nero e bianco ottenuti tessendo Orange Fiber con della seta comasca.
“Abbiamo inoltre registrato il marchio e testato il mercato dell’industria tessile individuando partner strategici
all’interno della filiera che si sviluppa oggi tra l’Italia e l’estero coinvolgendo le eccellenze del settore.” sottolinea Adriana Santanocito.

Lo scorso 22 aprile 2017, in occasione della Giornata della Terra, è stata presentata la Ferragamo Orange Fiber
Collection, la prima collezione moda realizzata con i tessuti esclusivi da agrumi dalla celebre e storica
maison fiorentina Salvatore Ferragamo, che ha sposato i valori etici alla base del progetto dando forma al
tessuto e mostrandone le potenzialità.

La soluzione che Orange Fiber propone è quella di estrarre una materia prima da un sottoprodotto industriale non rivale all’alimentazione, offrendo a possibilità di soddisfare la crescente richiesta di cellulosa per uso tessile -dovuta alla volatilità dei prezzi del cotone e del petrolio- preservando al contempo le risorse naturali, senza produrre scarti industriali.

Paragonato alle fibre cellulosiche artificiali esistenti, sia quelle derivate da legno che quelle da canapa e bambù,
Orange Fiber non sfrutta le risorse naturali, ma riutilizza un sottoprodotto, riducendo così lo sfruttamento di terra e
acqua e l’uso di pesticidi inquinanti.

Kanèsis – dalla canapa alla bioplastica

Altro importante progetto è Kanèsis. Nato nel 2015 dall’idea di Giovanni Milazzo e Antonio Caruso di recuperare scarti di filiera, Kanèsis dal 2016 produce un biomateriale -l’HempBioPlastic (HBP)- derivato dall’unione degli scarti di produzione della canapa industriale con derivati dell’amido di mais, creando un prodotto in tutto e per tutto sostituibile alla plastica di origine petrolchimica.

L’obiettivo facilmente intuibile è di sostituire, in un prossimo futuro, le attuali plastiche con bioplastiche con minor impatto ambientale.

 

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