Un gruppo per controllare i figli universitari: la deriva whatsapp delle mamme

Paolo Francesco Reitano

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Un gruppo per controllare i figli universitari: la deriva whatsapp delle mamme

Un gruppo per controllare i figli universitari: la deriva whatsapp delle mamme
Paolo Francesco Reitano
Pubblicato il 21 novembre 2019

Ci hanno chiamato per anni “bamboccioni”, ci hanno detto che siamo la generazione più lenta a trovare l’autonomia e che, rispetto ai nostri genitori, rimaniamo tra le mura familiari troppo a lungo.
Peccato, peccato che il principale elemento di ostruzione rispetto al nostro naturale processo di crescita derivi proprio dalla generazione che ci accusa.

Lo stato di incertezza economica raggiunto negli ultimi dieci anni ha fatto sì che diversi giovani sopra i 28/30 non siano ancora riusciti a trovati un’occupazione stabile, ad acquisire autonomamente un alloggio, a formare una famiglia.

Come scritto in più articoli, la condizione di precarietà a cui hanno sottoposto la mia generazione, quella appena precedente e, probabilmente la successiva, è il risultato di pessime politiche condizionate dall’idea che la flessibilità lavorativa fosse l’unica soluzione alla ricerca della crescita occupazionale.

Presto detto: tremende politiche, orridi risultati. Quest’ultimi che, purtroppo, danno vita a orripilanti effetti sociali. Non solo economici, ovviamente. Stanno alla base dei rapporti umani: di come il giovane si rapporta con il mondo, come quest’ultimo cerca di includere il giovane e, ovviamente, quanto sia lungo e complesso il percorso di integrazione del giovane stesso.

È così che veniamo a conoscenza, tramite il giornale “Il Piccolo” di Trieste, di un gruppo WhatsApp di genitori sicuramente singolare e che da “nuovi” cittadini del mondo, avremmo preferito non sentire: le mamme degli studenti dell’Università degli Studi di Trieste che si riuniscono nel più grande social di messaggistica istantanea per monitorare i figli.

Persino il rettore si è espresso negativamente rispetto alla questione.

Sarebbe così bello se, invece di questo assiduo, malato e nocivo controllo, questi genitori avessero instradato i figli verso l’indipendenza. Indipendenza che dovrebbero reclamare.

E noi siamo accanto a loro, perché questo evento, apparentemente banale, è il simbolo di un atteggiamento che questa società riversa nei confronti dei giovani, che afferma chiaramente: “non siete abbastanza, senza di noi non siete nulla”.
Forse abbiamo sbagliato anche noi: avremmo dovuto pretendere prima questo taglio del cordone ombelicale.
A volte, però, non ne abbiamo avuto la possibilità.


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