La parità passa anche dallo sport: la rivincita del calcio femminile

Paolo Francesco Reitano

Sport

La parità passa anche dallo sport: la rivincita del calcio femminile

La parità passa anche dallo sport: la rivincita del calcio femminile
Paolo Francesco Reitano
Pubblicato il 17 giugno 2019

Per qualcuno, la questione della parità di genere può sembrare annosa e ripetuta, al punto da sottovalutarla e non ritenerla di fondamentale importanza.

Per altri, invece, è una lotta quotidiana: una battaglia per nuotare e non soltanto per restare a galla, una sfida di dovere per combattere le ingiustizie, un grido flebile che desidera l’ascolto.

Un parere relativo sulla parità va fatto circoscrivendo il contesto, analizzando il costrutto sociale ed i comportamenti e la storia del relativo popolo.

Oggi decidiamo di parlare di calcio, e lo facciamo nella maniera meno convenzionale possibile: non ci perderemo nel “gossip” del calcio mercato estivo e non ci focalizzeremo su Sarri, fantomatico nome dell’era post-Allegri.

La nostra intenzione, da cittadini del domani che si apprestano a fare la differenza adesso, è quella di analizzare gli scompensi.

Il calcio femminile, oggi, vive una sorta di rinascita, derivante soprattutto dallo share televisivo dei Mondiali, quest’anno ospitati dalla Francia.

Il nostro paese, si sa, vive di calcio.

Sorge, quindi, spontanea la domanda: perché le nostre calciatrici vengono giudicate, e quindi trattate, sotto l’aspetto retributivo, da dilettanti?

La nostra Nazionale, che domani tornerà in campo contro il Brasile dopo la roboante vittoria per 0-5 contro la Giamaica, è riuscita a qualificarsi al torneo dopo parecchi anni di assenza.

Il campionato femminile è sotto l’egida della Lega Nazionale Dilettanti, l’ultima categoria che precede l’ingresso nel mondo del professionismo. E quest’ultimo concetto, “professionismo”, non è solo una parola.

Ciò che cambia è il trattamento dell’atleta, sotto tutti gli aspetti. Tolte le squadre più facoltose con forti rappresentative maschili, vedasi la Juventus, le squadre italiane non hanno le risorse per rendere il trattamento delle calciatrici da professionista.

Complice una Lega che, purtroppo, non sta attivando alcun processo, perlomeno graduale, con lo scopo di giungere al professionismo.

Le nostre calciatrici hanno un tetto massimo di stipendio, stabilito in 30.000 euro lordi annui.

Le altre voci aggiuntive sono:

  • indennità di trasferta e rimborsi spese forfettari → tetto di € 61,97 al giorno, per un massimo di 5 giorni alla settimana durante il periodo di campionato, e per non più di 45 giorni durante la fase di preparazione della attività stagionale;
  • voci premiali → i c.d. bonus, alla stregua dei medesimi inseriti fra le clausole del contratto di un calciatore professionista al raggiungimento di determinati obiettivi individuali (ad esempio alla realizzazione di un determinato numero di goal) e/o collettivi (ad esempio la vittoria del campionato);
  • rimborsi spese documentate relative al vitto, all’alloggio, al viaggio e al trasporto, sostenute in occasione di prestazioni effettuate fuori dal territorio comunale.

Non serve una calcolatrice in mano per notare le differenze con il calcio maschile.

Oltre ad una discrepanza abissale con i loro colleghi della Lega Serie A, Serie B e Lega Pro, loro giocano da “precarie”: i loro contratti hanno il vincolo di durata, ossia, massimo un anno, con rinnovo alla scadenza.

Come se questo non bastasse, in quanto dilettanti, non vengono pagati i contributi previdenziali.

La nostra Nazionale, dopo la vittoria contro l’Australia, sta cercando di prendersi lo spazio che merita.

Se pensassimo, però, che questo trattamento deriva dalla “qualità” o dalle vittorie del nostro calcio femminile, si sbaglia di grosso.

La Nazionale di calcio Statunitense è la 1° nel ranking Fifa e detiene il maggior numero di vittorie all’interno del campionato del mondo.

Sportive di alto livello, le più forti al momento, vengono trattate come calciatrici di serie B rispetto alla nazionale maschile, che invece incassa batoste già da qualche anno, come dimostrato dalla mancata qualificazione in Russia, dopo 30 anni consecutivi di partecipazione ai mondiali.

Nel mese di marzo 2019, 28 calciatrici della Nazionale Statunitense hanno presentato una causa per discriminazione di genere nei confronti della U.S. Soccer, la federazione.

Accusano di una “discriminazione di genere istituzionalizzata”, a causa del trattamento differente che ricevono rispetto ai colleghi della nazionale maschile.

Il problema non risiede solo nell’inquadramento economico, che comunque presenta retribuzioni di molto inferiori: si tratta anche della disponibilità delle strutture, le risorse per gli allenamenti, le cure mediche.

Già tre anni fa, alcune delle calciatrici più famose della nazionale inviarono un forte reclamo alla Commissione Nazionale per le Pari Opportunità sul Lavoro, riuscendo ad ottenere un nuovo contratto collettivo che, purtroppo, presenta paghe del 40% in meno rispetto a quelle maschili.

No, non è nemmeno un problema di share: la nazionale femminile è popolarissima ed il calcio femminile è praticato e fortemente diffuso.

Il calcio maschile ha stipendi da dirigenti di grosse multinazionale, quello femminile, con ingenti introiti, decide di mantenere le sportive con retribuzioni assurde, rispetto alle entrate in termini di sponsor.

E’ ora che il calcio femminile si prenda la sua rivincita.

E no, il problema non risiede solo nello sport.


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