Dogman di Garrone. Una guerra tra Cani.

Giulio Pulvirenti

Cinema

Dogman di Garrone. Una guerra tra Cani.

Giulio Pulvirenti
Pubblicato il 2 ottobre 2018

Garrone e il delitto del Canaro. Regista che ha firmato capolavori del calibro di Gomorra, Reality e Il Racconto dei Racconti e uno degli omicidi più violenti d’Italia. Binomio interessante che porta ad un ottimo risultato: il film Dogman.

Siamo nella periferia di Roma. Una Roma sporca, trascurata, gialla, come un villaggio post-apocalittico nel deserto quella di Matteo Garrone. Una Roma semplice allo stesso tempo, che tira a campare. Il protagonista, Marcello, interpretato dal grande Marcello Fonte, è il proprietario di un locale di tolettatura per cani che ha un buon rapporto col vicinato, con sua figlia e che spaccia cocaina per arrotondare. Simone invece, interpretato da Edoardo Pesce, è un delinquentello molto odiato dalla comunità locale a causa dei suoi atti violenti e criminosi che compie abitualmente nel territorio. I due sono legati dalla droga. Marcello infatti e lo spacciatore di Simone. Simone che irrompe mentre Marcello lavora coi cani. Simone che pippa dentro l’esercizio di Marcello. Simone che coinvolge Marcello in una rapina, promettendogli di “svoltare” e che invece sfrutta facendo ricadere le colpe su di esso mandandolo al “gabbio”.

Da lì la frattura.

Il Canaro, così chiamato a causa del proprio lavoro, alza la testa. E da vittima si trasforma in carnefice. In paese viene disprezzato, alla figlia non è più concesso vederlo come prima e in fine viene anche ignorato da Simone. Una pallina nel piano inclinato della vita che porterà Marcello a diventare un mostro.

 

Garrone è un vero e proprio maestro del cinema di genere. Racconta un’Italia fuori da schemi banali. Non è un piagnone e pur sentendo la violenza fisica, muove tutto su quella psicologica. Sembra di stare a guardare una lotta tra cani e questo è davvero difficile. Abbiamo il branco composto dagli amici, il cane sottomesso Marcello e il cane rabbioso ovvero Simone. Quest’ultimi hanno un rapporto molto particolare, tra il fraterno e l’omosessuale. Rapporto che ribalterà i ruolo ruoli sociali.

La regia è fantastica e vive proprio di una cruda e potente poetica di narrazione.

Garrone non si sforza molto, il film vive sulla linea di un altro suo vecchio film L’imbalsamatore che però nel 2002 fece molta più fatica ad arrivare a tutti mentre questo no. Tra Cannes e forse tra i papabili canditati all’Oscar questo è un’opera destinata ad una fetta di mercato più grande. Ottimo “uso” di Marcello Fonte, attore sconosciuto per molti ma che ha una grande storia dietro fatta anche di collaborazioni importanti come quella con Scola, Rezza e Mastrella, Luchetti e molti altri. Il suo aspetto, la sua voce confluiscono nel creare un personaggio si sopra le righe ma anche molto profondo e popolare. Edoardo Pesce ha trovato già dai tempi di Romanzo Criminale e Fortunata il suo personaggio e gli riesce alla perfezione. Il suo personaggio criminale vive la sua umanità e disumanità nel modo più giustamente sdregolato possibile. Poi nelle retrovie vediamo attori presi da vari set di opere ormai iconiche come Gomorra e Suburra che per gli appassionati del genere sono fattori che coinvolgono ancora di più dentro il flusso di questa periferia dismessa e povera.

Consiglio la visione a chi vuole interessarsi a questa vicenda di cronaca e a chi vuole farsi trasportare nel mondo di Garrone, fatto sì da cani sporchi, ma sempre pronti alla tolettatura.


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