Disastro di Fukushima, quando l’uomo perde il controllo

Sara Obici

Oggi come ieri

Disastro di Fukushima, quando l’uomo perde il controllo

Disastro di Fukushima, quando l’uomo perde il controllo
Sara Obici
Pubblicato il 11 marzo 2019

L’11 marzo del 2011 il mondo ha avuto paura. Una paura che non provava da tempo, un timore atavico e quasi dimenticato, ma pur sempre reale. E poi il presentimento si è trasformato in certezza: è successo di nuovo, ed è un disastro nucleare della stessa potenza di quello di Černobyl. A seguito del terremoto e del conseguente Tsunami di Tōhoku la centrale nucleare di Fukushima Dai-ichi ha subito danni irreparabili, e la perdita del materiale radioattivo è stata inevitabile.

Il maremoto ha causato la perdita della corrente elettrica, e così i sistemi di raffreddamento di tre reattori si sono bloccati. I reattori erano stati fermati automaticamente al momento della scossa, ma il loro corretto spegnimento avrebbe richiesto la dissipazione del calore residuo per un periodo di vari giorni, invece non si riuscì a riprenderne il controllo, e nel corso dei due giorni successivi, i noccioli di tutti e tre i reattori subirono il meltdown completo.

È proprio questo il nocciolo – scusando l’involontario gioco di parole – della questione: la perdita di controllo. Anche con un periodo di tempo relativamente ampio non si è potuta evitare la fusione. Questo fa riflettere su come, anche quando l’essere umano pretende di poter avere “tutto sotto controllo”, alla fine le cose possano sfuggire di mano in un istante. Certo, è stata una catastrofe naturale, ma possiamo dire che anche mettere i gruppi elettrogeni di sicurezza ad una quota di pochi metri sul livello del mare non abbia aiutato.

È stato infatti dimostrato che la vera causa scatenante di tutta la serie di incidenti che ha portato ai vari meltdown sia stata proprio la posizione scelta per i gruppi elettrogeni. In particolare, l’onda anomala che ha colpito l’impianto misurava almeno 14 metri di altezza, mentre l’impianto era stato progettato per far fronte al massimo ad onde di 6,5 metri di altezza. La stessa ondata ha provocato la morte per annegamento dei due operatori che si trovavano in alcuni locali scantinati.

Ma purtroppo i danni in termini ambientali e di vite umane vanno ben oltre questa conta, per non parlare dell’insorgenza di future malattie dovute alla perdita di materiale radiattivo. A dimostrazione del fatto che la speranza che cose del genere non accadano più non può certo bastare a prevenirle.

 


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