Colapesce: quando anche le colonne si sgretolano

Antonio Catara

News&Politics

Colapesce: quando anche le colonne si sgretolano

Colapesce: quando anche le colonne si sgretolano
Pubblicato il 5 giugno 2019

Vi ricordate di quella bella realtà chiamata CPO Colapesce? Ecco: quella bella realtà da stamattina è sepolta sotto un enorme cancello di metallo. Gli agenti della Digos hanno sgomberato l’ex Hard Rock Cafè, in seguito ad una richiesta di riappropriazione presentata dall’Unicredit, istituto bancario proprietario dell’immobile.

Per avere un quadro chiaro della situazione, bisogna fare delle precisazioni importanti sul Colapesce. Innanzitutto, evitiamo di stereotipare e di sparare a zero sui ragazzi che oggi hanno subito questo ‘sfratto’: questo centro sociale non è “cannette e cazzeggio”, come la maggior parte di questi luoghi viene dipinto, ma, come ci spiega uno dei ragazzi oggi presenti alle contestazioni, “un importante centro di aggregazione per un quartiere abbandonato a sé stesso dalle istituzioni”. Tuttavia, CPO significa pur sempre Centro Popolare Occupato: cioè fruizione abusiva di luce e servizi, assenza di supervisione e regolamentazione ufficiale e, soprattutto, occupazione di proprietà privata. Il fatto che lo stabile fosse rimasto chiuso e inutilizzato, abbandonato al degrado, prima dell’avvento dei militanti che gli hanno restituito nuova linfa, non cambia in alcun modo le carte in tavola; la struttura è della banca, che può reclamarla con tutta la ragione del mondo. Insomma, se sono proprietario di una catapecchia, nessuno mi obbliga a tenerla in buono stato, resta comunque mia anche se cade a pezzi e, di certo, nessuno può prenderne possesso senza il mio consenso, nemmeno per trasformarla in una reggia.

Quello che è successo oggi al Colapesce, per farla breve, non è qualcosa di cui stupirsi o indignarsi, piuttosto è la naturale applicazione della legge. Legge, che non ammette ignoranza o, in questo caso, ammirazione e sostegno. Quella del colapesce è una favola che lascia l’amaro in bocca, ma che, in effetti, è giusta così. I ragazzi che oggi hanno visto crollare tutto il loro impegno, però, non devono dimenticare che un cumulo di mattoni resta un cumulo di mattoni e che la vera anima del Colapesce sono i ragazzi stessi. Anche fuori da quel cancello di metallo è possibile aiutare chi ne ha bisogno.


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