Che fine ha fatto la Blue Whale Challange?

Sofia Caramitti

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Che fine ha fatto la Blue Whale Challange?

Che fine ha fatto la Blue Whale Challange?
Sofia Caramitti
Pubblicato il 10 novembre 2018

“Quasi il 96% dei giovani è morto mentre si trovava da solo e il 93% dei genitori ha detto di non essere a conoscenza del macabro gioco di cui erano vittime i loro figli”. Queste le parole di Robert L.Tobin, giornalista del The Washington Post che per primo nel 1995 lanciò l’allarme delle “sfide del terrore”.

Dal “Choking game” del 1995,  letteralmente “Gioco del soffocamento”, sono ormai tantissimi i giovani che oggi si sottopongono alle challenges del suicidio. Uno dei casi più eclatanti fu la “Blue Whale Challenge”, il cui nome deriva dalle balenottere blu che senza apparente motivo si spiaggiano e muoiono dopo essersi perse nel gruppo. 

Si tratta di 50 prove in 50 giorni in cui i giocatori si affidano ad un curatore sul web che prescrive giornalmente delle punizioni da infliggersi dall’automutilazione alla deprivazione del sonno: l’ultima è il suicidio. 

Sebbene la “Blue Whale Challenge” abbia più volte risentito dell’accusa di fakenews, il GIP di Milano ha recentemente rievocato l’accusa di diffusione di notizie false e tendenziose nei confronti de Le Iene, primi a parlare del caso in Italia. La “Blue Whale” sembra quindi aver risvegliato i tantissimi giovani che oggi si sentono disorientati e persi al pari degli azzurri cetacei.  

Oggi sul web sono infatti moltiplicate le sfide del terrore dal “Balckout game” alla recentissima “Momo Challenge”. Non tutte inneggiano al suicidio ma certo è che promettano al giocatore uno stato di euforia al seguito di comportamenti masochisti. 

È sicuramente l’allarme di una nuova generazione vulnerabile alle insidie dei mass media. Un esito che sembra già esser stato predetto dall’inquietante finale di Svevo ne “La coscienza di Zeno”

Di alcuni animali non sappiamo il progresso, ma ci sarà stato e non avrà mai leso la loro salute. Ma l’occhialuto uomo, invece, inventa gli ordigni fuori del suo corpo e se c’è stata salute e nobiltà in chi li inventò, quasi sempre manca in chi li usa. Gli ordigni si comperano, si vendono e si rubano e l’uomo diventa sempre piú furbo e piú debole. Anzi si capisce che la sua furbizia cresce in proporzione della sua debolezza.

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