Beteyà: una start up gestita da giovani siciliani e migranti.

Arcoria Antonio

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Beteyà: una start up gestita da giovani siciliani e migranti.

Arcoria Antonio
Pubblicato il 7 gennaio 2020

Antimafia, accoglienza e supporto ai giovani del meridione. Possibile accomunare queste tre categorie?

Questo è quello che provano a fare i ragazzi di Beteyà, nuovo brand di moda gestito da giovani siciliani in collaborazioni coi migranti in dei beni confiscati alla mafia.

Beteyà“ in mandingo (lingua dell’africa subsahariana occidentale) significa bello e buono” è concepito non come semplice brand, ma come punto d’incontro tra la cultura siciliana e quella africana.

Il progetto “SUD – Arte & Design”, sostenuto dalla Fondazione CON IL SUD, è promosso dall’Associazione Don Bosco 2000 in collaborazione con le istituzioni locali con l’obiettivo di valorizzare il capitale umano e il patrimonio culturale dei giovani africani ospiti nel comune di Villarosa.

Prevede la selezione di 20 giovani (siciliani e migranti) da inserire in un percorso di formazione professionalizzante per acquisire abilità artigianali.

Al termine del percorso di formazione, si prevede di avviare giovani alle attività di produzione e commercializzazione, attraverso l’apertura di alcuni punti vendita.

I valori etici del Brand sono: Legalità, sostenibilità, eticità, integrazione e esclusività. 

Ma tentiamo di conoscere meglio il progetto facendo qualche domanda a Gabriele Sella, store manager del negozio di Catania.

 

Com’è nata l’idea di Beteya?

“L’idea di Beteyà è nata per creare un progetto di sviluppo all’interno del nostro territorio e per sostenere la legalità e l’accoglienza nei beni confiscati alla mafia.”

Perché la scelta del nome?

“Significa “bello e buono” e sono le due parole chiavi che descrivono in maniera perfetta i nostri capi.”

Al giorno d’oggi, dove i migranti non sono visti di buon occhio, come ha reagito la popolazione locale?

“I migranti oggi purtroppo vengono visti come un problema dalla società e non come una risorsa. L’apertura di beteyà a Catania è stata soggetta a numerose critiche sul web dovute al fatto che fosse gestita da migranti che, secondo alcuni cittadini catanesi, avrebbero tolto lavoro ai siciliani. In verità il progetto mira all’integrazione fra migranti e siciliani a partire dalla creazione del visual, della produzione dei capi fino alla vendita. All’interno del punto vendita ad ora non abbiamo riscontrato clienti che non abbracciano la nostra mission.

Tutti sono rimasti soddisfatti ed entusiasti per il lavoro che facciamo.”

Quanto contano eticità e moralità nel progetto?

“Eticità e moralità sono due dei punti cardini del nostro progetto. Chi acquista un capo Beteyà acquista un pacchetto di valori di legalità, eticità integrazione e sostenibilità.”

Cosa accomuna, a tuo parere i giovani siciliani coi giovani migranti?

“L’idea di crearsi un futuro che per molti migranti e siciliani non è all’interno del territorio dove si nasce ma fuori.

Un dato che vorrei sottolineare è che sonon più i siciliani che migrano dalla nostra terra, che gli africani che sbarcano all’interno del territorio italiano.

Il vero problema non è il migrante che approda nelle nostre coste ma, che il giovane siciliano che, per trovare un futuro, è costretto ad andare fuori perché la Sicilia non dà le risorse adatte per creare sviluppo.”

Pensi che questa terra e i suoi abitanti siano ponti ad “accogliere” e condividere un progetto così moralmente bello ed ambizioso?

“Fortunatamente in Italia c’è ancora molta gente che crede nei valori di legalità e integrazioni.

Sono convinto che questo progetto, nell’arco di qualche anno, sarà conosciuto in gran parte dell’Europa e Africa.

Ll’idea è quella di aprire entro il 2022 un punto vendita in una capitale africana.”

 

Queste le parole di Sella.

In un mondo dove spesso siamo spaventati da ciò che ci appare “diverso”, e in un Sicilia dove spesso “legalità e eticità”, ahimè, vengono a mancare. Il progetto di questi giovani siciliani e migranti ha un valore etico e morale, a mio parere, altissimo.

D’altronde spesso i nostri giovani, proprio come i ragazzi africani, sono costretti ad emigrare. Scappano via, da una terra che ha fatto piazza pulita dei loro sogni. Una terra malata e senza futuro. Dove spesso immoralità e corruzione la fanno da padrona. 

Vanno al nord dove spesso diventano “terroni” proprio come diventano “negri” i migranti che arrivano qui. Lì i nostri giovani “rubano il lavoro” ai giovani locali, proprio come da noi lo fanno i migranti. 

Ecco perché a mio avviso il progetto Beteyà ha un valore così alto.

Non è forse vero che i nostri giovani ragazzi hanno qualcosa in comune coi giovani migranti?


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