Aldo Moro, il simbolo di una verità taciuta

Sofia Caramitti

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Aldo Moro, il simbolo di una verità taciuta

Aldo Moro, il simbolo di una verità taciuta
Sofia Caramitti
Pubblicato il 16 marzo 2019

16 marzo 1978, alla vigilia del consociativismo politico il nuovo Governo Andreotti è pronto ad entrare in Parlamento quando l’auto del segretario DC Aldo Moro viene intercettata dalle Brigate Rosse.

Il messaggio dell’estremismo rosso è chiaro: impedire la stabilità democratica di un Governo proteso al pluralismo partitico.

All’immediata uccisione dei cinque uomini della scorta segue il sequestro di Moro. È l’inizio di quei 55 giorni di prigionia che furono l’emblema di un’Italia dilaniata dagli anni di piombo.

Il cadavere del segretario simbolo della mediazione politica repubblicana verrà poi ritrovato nel bagagliaio di un’automobile il 9 maggio dello stesso anno.

L’atrocità del delitto Moro fu dunque l’acme del fervore politico italiano degli anni 70’ quando strategia della tensione significava strategia della sopravvivenza.

Il sacrificio di Aldo Moro è stato il simbolo di una verità all’epoca ritenuta ancora troppo acerba per entrare in Parlamento.

Una verità che come quella di Moro fu taciuta a favore di una più comoda omissione garante della poltrona.

La stessa verità che oggi più che mai deve diventare un imperativo della coscienza civile. Perché solamente ravvivando il rigore politico di Aldo Moro il suo ricordo non si esaurirà ad una mera commemorazione.


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