A casa loro: io, Antonio, giovane catanese in Senegal

Arcoria Antonio

Mondointeriore

A casa loro: io, Antonio, giovane catanese in Senegal

A casa loro: io, Antonio, giovane catanese in Senegal
Arcoria Antonio
Pubblicato il 11 dicembre 2018

Di questi tempi ho sentito più volte pronunciare questa frase. Ormai è sulla bocca di tutti: Aiutiamoli a casa loro, Che restino a casa loro.
Così mi sono chiesto: ma come sarà realmente a casa loro? Da dove vengono i ragazzi con cui lavoro?

Mi chiamo Antonio ho 22 anni e sono uno studente lavoratore. Da più di due anni e mezzo lavoro per l’Associazione “Don Bosco 2000”: ci  occupiamo di cooperazione internazionale e sviluppo locale.
Lavoro a Catania con i minori stranieri non accompagnati e recentemente mi è stato proposto di recarmi a casa loro proprio per vedere i luoghi e capire le situazioni di origine di questi ragazzi che tanto spaventano in questo particolare periodo storico.

Attualmente mi trovo in Senegal: qui con l’associazione abbiamo avviato diversi progetti di sviluppo locale inventandoci un metodo – o un modello – che noi chiamiamo “migrazione circolare”.
I ragazzi che sono stati accolti da noi in Italia tornano nei paesi di provenienza per avviare delle attività che possano dare lavoro e sviluppo agli autoctoni, allontanandoli così dall’idea di partire per l’Europa scongiurando tutti i pericoli che il viaggio comporta.

Qui abbiamo avviato diversi orti ecosostenibili per la produzione di cibo che dovrebbe riuscire a sfamare diversi villaggi nella regione di Tambacounda, la più povera del Senegal. Oltre allo sviluppo agricolo stiamo anche cercando di avviare un progetto nell’ambito del turismo.

Sapete com’è a casa loro?
Avevo sempre sognato di recarmi in Africa prima o poi, e devo dire che non è molto diversa da come l’avevo immaginata. È una terra dalle mille contraddizioni, dove la grande ricchezza, che è concentrata nelle mani di una piccola parte elitaria della popolazione, si mescola con l’assoluta povertà e il degrado della restante.
Sono passato dallo splendido aeroporto di Dakar – che per un istante mi ha fatto pensare di essere ancora in Europa – ai piccoli villaggi isolati dal resto del mondo, senza corrente elettrica né acqua e con le capanne fatte di argilla e paglia.
Sono passato dai palazzi alla zona commerciale di Dakar – che è davvero altra cosa dall’Africa vera e propria – ai campi di cotone e di arachidi dove lavorano donne, uomini e bambini. Ininterrottamente per 12 ore al giorno. Sotto il sole, a 40 gradi.

 

La cosa che mi ha colpito di più però non sono né la fame né la povertà: quelle mi hanno fatto capire il perché questi ragazzi affrontano la morte per scappare dalla loro terra per venire da noi dall’altra parte del mondo

La cosa che mi ha colpito di più è il sorriso che i bambini del Senegal hanno.
Quel sorriso che sembra fregarsene di tutto: della fame, della malattia, della povertà e della grande disuguaglianza sociale.
Mi ha colpito il loro sorriso, perché mi ha insegnato che nella vita le cose importanti sono altre. E si può essere realmente felici con poco.

Noi abbiamo tutto e spesso siamo annoiati e – lasciatemi passare il termine – incazzati col mondo intero. Loro non hanno nulla, ma hanno la gioia nel cuore che li spinge ad andare avanti nonostante tutto.

 

Ecco, questa esperienza in fondo mi convince sempre più che i veri ricchi siano loro. Pieni di una meravigliosa ricchezza d’animo

Mi aspetta ancora una lunga avventura qui in Senegal e poi in Gambia.
Questo è stato solo un piccolo assaggio di cosa significa realmente a casa loro, nei prossimi giorni vi scriverò di alcune esperienze che io e l’Associazione Don Bosco 2000 stiamo vivendo qui in Africa, con la gioia nel cuore e con la consapevolezza di lavorare per una giusta causa.

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